VENT’ANNI SENZA DE ANDRÉ. L’EREDITÀ E LA LIBERTÀ DI UN POETA ITALIANO

DI GIACOMO MEINGATI 
“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria,
col suo marchio speciale di speciale disperazione,
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, 
per consegnare alla morte una goccia di splendore, 
di umanità, di verità”. 
Quando si parla di poeti meglio star zitti, e far parlare loro, perché la loro parola, come ci ha insegnato Rimbaud, è di fuoco. E allora, a vent’anni di distanza da quel 11 gennaio del 1999, meglio farsi da parte, star zitti e far parlare lui; meglio far risuonare le parole di quella “Smisurata preghiera”, fiore all’occhiello dell’ultimo album in studio di Fabrizio De André, “Anime Salve”. D’altronde già Rimbaud, uno dei maestri di De André, ci aveva insegnato che un vero poeta non fa letteratura, o meglio non solo. Un vero poeta va a rubare il fuoco dai propri inferi per consegnare a chi lo ascolta illuminazioni che hanno un impatto reale sulla vita delle persone, e proprio questo ha fatto De André: “Tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore”. 
A sentire Dori Ghezzi la sensazione che si percepiva in quegli ultimi anni del ventesimo secolo, quando De André lavorava a quello che sarebbe stato il suo ultimo disco, era chiara: sembrava che stesse dicendo le ultime cose, che stesse terminando l’ultimo dei suoi discorsi, in cui ci sarebbero state le ultime parole che doveva dire. 
A sentire Ivano Fossati, che a quell’ultimo disco del 1997 diede un contributo fondamentale scrivendo con De André le canzoni, “Anime Salve” ebbe una lunga incubazione. «Facemmo un viaggio verso sud – ha spiegato Fossati – e iniziammo a condividere tra noi le idee su cosa volevano fare nel disco. Non avevamo una nota o un verso scritto, ma l’intento era quello di farsi raccontare dalla gente, e questo funzionò. Arrivati prima a Roma abbiamo poi proseguito fino a Matera e la gente – soprattutto i ragazzi che ci conoscevano – iniziarono ad avvicinarsi e a raccontare le loro storie». 
De André, nelle poche dichiarazioni su quell’ultimo lavoro, uscito poco tempo prima della morte, spiegò che: «Il disco ha come tema fondamentale quello della solitudine. Una solitudine che deriva da emarginazione, il più delle volte, che trae origine da comportamenti desueti e diversi da quelli della maggioranza degli esseri umani. Un individuo nasce maschio e ha dei sentimenti e direi una spiritualità completamente femminile. Questo individuo viene iscritto all’anagrafe in quanto maschio e di li comincia una serie di difficoltà, tormenti, sensi di colpa e di dolore in fin dei conti. È il caso di Prinçesa e delle molte Prinçese che convivono in mezzo a noi. Ma emarginazioni dovute anche a comportamenti desueti e diversi dovuti all’eredità di culture millenarie che certi popoli si portano dietro e a cui non hanno intenzione di rinunciare. È il caso del popolo Rom, quello che noi volgarmente chiamiamo zingari, prendendo a prestito il termine da Erodoto. Detto così sembrerebbe che il disco si rivolga soltanto alle minoranze emarginate, ma credo che questo sia riduttivo. Io penso che proprio queste persone e questi gruppi di persone, difendendo il loro diritto a rassomigliare a sé stessi difendano soprattutto la loro libertà. Quindi penso che “Anime Salve” sia un disco soprattutto sulla libertà». 
A chi gli chiedeva motivo del grande successo di pubblico e critica del disco, De André rispose: «Forse ha fatto presa sul pubblico il fatto che una larga parte della popolazione comincia a sentirsi minoranza, non in termini numerici, ovviamente. Quei pochi che oggi detengono il potere e i privilegi, e anche i mezzi di comunicazione attraverso la pubblicità che gli dà da vivere, sono la vera maggioranza, esattamente come i maiores che detenevano potere e privilegi nel mondo latino e fino al Medioevo. Oggi è diminuito il numero di chi detiene i privilegi ma è aumentato il loro potere. Noi minores siamo chiamati in causa per fornirglielo. Chi ascolta si è così identificato con le minoranze emarginate protagoniste di “Anime salve”». 
Inutile ribadire a vent’anni di distanza dalla morte di De André quanto sia attuale il messaggio del suo ultimo disco, e più in generale della sua intera opera. Un lavoro poetico costante nel tempo, che ha cantato sia le minoranze esterne nella società italiana di quegli anni, sia il sentirsi minoranza che ognuno porta dentro di sé. Colpisce nondimeno osservare come, in un contesto come quello contemporaneo in cui le parole e le canzoni di De André risultano profetiche, i suoi lavori vengano citati sia da esponenti della sinistra più radicale sia da Matteo Salvini, che più volte ha dichiarato di essere cresciuto: «A pane e De André». Questo la dice lunga sul valore di una poetica che, andando sempre “in direzione ostinata e contraria”, sbattendo in faccia a ogni moralismo o legalismo religioso la santificazione di una prostituta in “Bocca di Rosa”, il contenuto dei Vangeli apocrifi con l’album “La Buona Novella” a chi gli chiedeva di scrivere prendendo posizione in quell’anno decisivo che è stato il 1968, è riuscita a spingersi oltre e al di sopra delle barricate ideologiche, politiche, sociali, ed è riuscita a parlare a tutti, indistintamente. 
A vent’anni dalla morte di Fabrizio De André, dopo che nel 2016 i giurati del premio Nobel per la letteratura hanno scelto di premiare Bob Dylan, a noi italiani non resta che fare due cose: custodire gelosamente l’eredità lasciata da De André, e forse proprio in questa trovare quella sintesi che sembriamo incapaci di produrre tra difesa delle identità e accoglienza della differenza, tra tutela delle radici nazionali e locali e apertura al diverso, e consegnare con sempre maggior consapevolezza Fabrizio De André e la sua opera al posto che meritano nella nostra cultura, tra i grandi poeti italiani di sempre: tra Dante e Petrarca, tra Leopardi e Pascoli, tra Montale e Ungaretti, nella cui gloriosa compagnia l’opera di De André trova sempre più spontaneamente la sua naturale collocazione.