A PROPOSITO DI ZIO CLAUDIO

DI FRANCESCO ERSPAMER

Ma qualcuno aveva dubbi sulle posizioni politiche di Claudio Baglioni? Quello che nei primissimi anni 70, mentre uscivano “Non al denaro” di De André, “Radici” di Guccini, “Storia di un minuto” della PFM ed esordiva il Banco del Mutuo Soccorso, divenne celebre con “Questo piccolo grande amore” (ossimoro di moda dopo il successo del film “Piccolo grande uomo”), per la gioia dei democristiani di ogni età, che per un attimo si erano fatti spaventare dalle velleità rivoluzionarie e trasgressive dei giovani e dal loro bisogno di impegno ma che finalmente si accorsero di quanto fosse facile addomesticarli (i giovani) e commercializzarle (le velleità rivoluzionarie): bastava cantare i buoni sentimenti ma con i capelli lunghi e la chitarra.

Quel disco rappresentò l’inizio del riflusso verso il privato, che per un po’ sembrò significare interiorità personale mentre voleva dire liberismo economico e deregulation culturale e sociale. Ve lo ricordate come si apriva? Con una manifestazione studentesca, apertamente ridotta (la canzone è brevissima) a occasione per iniziare un’avventura sentimentale: “Piazza Del Popolo, / noi cantavamo / ed eravamo una sola cosa. / Poi tutt’a un tratto, / gente che piange / gente che spinge, / gente che va in terra. / Mi trovo a correre / come un dannato, / non ho più fiato / non so dove andare, / no so dove andare…”. Ma Baglioni sapeva benissimo dove andare: lontano dallo spazio collettivo della piazza, lontano dal popolo, da quelle esperienze egualitarie e partecipative. Mi pare significativo che per definire i ragazzi con cui sino a un momento prima si sentiva “una cosa sola” si serva di una parola fredda come “gente”; con la quale in una canzone del 1966 Paolo Pietrangeli aveva indicato i borghesi: “voi gente per bene che pace cercate, / la pace per far quello che voi volete”. Parlo di “Contessa”, con quel trascinante invito all’azione: “Compagni dai campi e dalle officine / … / scendete giù in piazza”. In Baglioni i compagni diventano gente e la piazza non è più il luogo della solidarietà, della rivolta, del riscatto bensì quello in cui ci si spinge, si cade, si diventa dei “dannati”, quello da cui si fugge in cerca della libertà, esplicitamente intesa in senso individualistico, la “mia” libertà celebrata nella canzone-manifesto con quel titolo e che consente “le pazze corse in moto”, “la prima sigaretta”, “le prime corna”.
“Sono sempre stato a sinistra”, dichiarò qualche anno fa, “anche se non ero comunista, tantomeno maoista, ma riformista”. Un perfetto veltroniano, un renziano ante litteram (ovvio che Renzi sia un suo fan), un progressista liberal all’americana: insomma, la sinistra agiata, soddisfatta di sé, serenamente liberista e cosmopolita, la sinistra che ama sentirsi buona e politicamente corretta, lontana dalle volgarità, dai pregiudizi e dal provincialismo del popolo; e che usa ogni occasione mediatica per spacciare il destino manifesto della globalizzazione e del consumismo che l’hanno resa ricca.