SILVIO PIOLA, L’IMBATTIBILE CANNONIERE

DI GIANCARLO GOVERNI

La partita Lazio-Novara, ci dà l’occasione per ricordare Silvio Piola, il più grande calciatore italiano di tutti i tempi e autore di 290 gol in serie A, un record che dura da più di 60 anni e che difficilmente sarà battuto negli anni a venire. Ebbene quel giocatore lì ha vestito la maglia della Lazio per più di dieci anni ed ogni occasione è buona per celebrarlo e ricordarlo agli anziani e raccontarlo ai giovani.
Una occasione per il racconto del calcio di altri tempi che oggi ci fa tenerezza e nostalgia nello stesso tempo.
Quei giocatori con le maglie confezionate a mano dalle maglieriste, i calzoncini striminziti, le cavigliere e i portieri con i pantaloncini imbottiti. Un guardaroba che veniva acquistato dai negozi di articoli sportivi, il più famoso dell’epoca gestito da Ancherani, il primo grande giocatore della Lazio, e non fornito da sponsor tecnici multinazionali. Quelle squadre che non conoscevano tattiche, ne moduli né schemi, con un allenatore senza panchina che correva avanti e indietro per il campo e che non aveva l’assillo delle sostituzioni, perché se qualcuno si faceva male o veniva messo all’ala dove non poteva nuocere (ma qualche volta capitava che nuocesse e il gol che riusciva inaspettatamente a realizzare veniva chiamato “il gol dello zoppo”) oppure si giocava con un uomo in meno e quando si faceva male il portiere erano dolori perché un giocatore di movimento doveva prendere la sua maglia e mettersi in porta.
Quei giocatori che frequentavano i bar di Via Frattina dove si incontravano con i colleghi della squadra avversaria, per giocare a biliardo o per sfottersi davanti agli avventori che spesso partecipavano alle discussioni.
Quei tifosi che andavano mischiati al derby, che mangiavano pane frittata o pane e mortadella sugli spalti, si sfottevano a vicenda e inventavano scherzi divertenti e intelligenti.
Uber Gradella. un ottimo portiere che giocò nella Lazio con Piola raccontava che i giocatori si trovavano la domenica in sede a Via Frattina, ascoltavano le disposizioni tattiche del mister che usava i birilli del biliardo per simulare i giocatori, poi a pranzo nella trattoria vicina e quindi tutti a piedi allo stadio, mischiati con i tifosi che formavano un muro di folla compatto, da Porta del Popolo fino allo stadio Nazionale, che era il Flaminio di allora prima della trasformazione di Pier Luigi Nervi. Davanti allo stadio c’erano i ragazzini privi di biglietto che chiedevano ai giocatori di farli entrare di straforo. E Piola era sempre quello che riusciva a farne entrare di più.
Gradella racconta di quando a un derby, nel primo tempo, Silvio Piola si ruppe la testa e rientrò negli spogliatoi sanguinante. Punti di sutura, fasciatura a turbante, rientro in campo, due gol e vittoria del derby. “Noi compagni lo portammo in trionfo… all’ospedale” dice Gradella.
Piola stava bene a Roma, amato e rispettato da tutti, anche dai tifosi avversari che lo temevano e lo ammiravano. Dove guadagnava cifre spaventose per l’epoca che da buon piemontese oculato investiva in terre e fabbricati nella sua Vercelli. Ma arrivò la guerra e Piola fu richiamato alle armi. Allora i giocatori, soprattutto i più importanti, per evitare il fronte venivano assunti da industrie di guerra che gestivano società di calcio. In Piemonte ce ne erano due: la Juventus di proprietà della Fiat, e il Torino di proprietà di Ferruccio Novo che gestiva una fabbrica di cinghie di trasmissione, anche questa fabbrica di guerra. Silvio si trasferì al Torino, in prestito si disse, ma non fece più ritorno alla Lazio.
Tornò a Roma da avversario, con la maglia della Juventus e con la maglia del Novara. Io feci a tempo a vederlo, ragazzino, nella sua ultima partita a Roma. Due anni prima a Novara ci aveva rifilato una doppietta. I tifosi adulti non avevano occhi che per lui e si raccontavano di quando aveva fatto questo di quando aveva fatto quell’altro. A me parve un monumento anche per la sua immobilità in mezzo al campo, giustificata dai suoi 40 anni. Quella partita la vincemmo per un calcio di rigore trasformato dal mio idolo di allora: il portiere Sentimenti IV detto Cochi, che si partì dalla sua porta, depositò il pallone sul dischetto e, mentre tutto lo stadio tremava per il timore che il pallone venisse respinto e ritornasse verso la nostra porta sguarnita, lo “mise nel sacco”, come dicevano i cronisti di allora. A cui potrei aggiungere: “battendo il pur bravo portiere Corghi”. Era il 4 di maggio del 1952.