PASSAGGI DEL NOVECENTO. 3. I SOCIALISTI E LA CRISI

Poco più di dieci anni fa abbiamo assistito negli Stati uniti a una specie di sacra rappresentazione in versione laica. Grandi banche che fallivano, i loro dirigenti che sfilavano a capo chino davanti al presidente Obama e al Congresso e alla varie commissioni d’inchiesta, gli indignati che manifestavano all’insegna dell’”Occupy Wall street”. E, in conclusione – almeno così speravamo – la replica di quello che pensavamo fosse avvenuto ottant’anni prima: la rivincita dei buoni, Roosevelt e la socialdemocrazia mano nella mano e Keynes che vivo e lotta assieme a noi. O, per buttarla in retorica, le tenebre del presente che fanno brillare più forte il sole dell’avvenire.
Ma poi le cose sono andate in modo del tutto diverso. In America c’è stato il deficit spending di Obama (in linea peraltro con quello del governo precedente e successivo); accompagnato peraltro dal successivo smantellamento dei meccanismi regolatori posti in atto per la regolamentazione del sistema bancario finanziario. Mentre, in assenza di qualsiasi referente politico, il rancore nei confronti di “quelli in alto” è stato via via egemonizzato dai populisti di una destra sempre più estrema.
In Europa, poi, il riflusso successivo all’esplosione della crisi è stato insieme più forte e assolutamente lineare. Keynes non è risorto anche perché non l’ha invocato nessuno. Nessuna politica anticiclica e nessuna regolazione del sistema bancario; austerità a spese dei più deboli; e, a coronare il tutto, un processo di marginalizzazione, insieme elettorale e politica, dei movimenti socialisti che, iniziato allora, non si è mai interrotto, fino a portarci ai livelli più bassi dal dopoguerra in poi. Mentre lo spazio politico che credevamo fosse nostro per definizione è stato occupato da altri.
Sulle ragioni di questa nostra crisi non ci siamo veramente interrogati. E, quando l’abbiamo fatto, ci siamo accontentati di banalità del tipo: “abbiamo perso il contatto”; “non abbiamo saputo parlare” e così via. Un atteggiamento che ricorda molto quello di chi teme, a buona ragione, di essere gravemente malato ma non va dal medico per non sentirselo dire o, magari, per non farlo sapere.
Pure, qualche diagnosi sommaria sarebbe possibile anche per i non addetti ai lavori. E coglierebbe le radici della nostra malattia nel venir meno, per ragioni oggettive, dei due cardini su cui si è basata, nel tempo, la nostra azione. Da una parte la capacità di “governare il capitalismo” (leggi di raggiungere con lui un compromesso democratico capace di consolidarsi nel tempo); dall’altra quella di “governare il popolo” (una parola che per inciso non compare mai nel nostro vocabolario tradizionale: ci sono le “masse popolari”, ci sono gli “uffici massa”, ci sono i “partiti popolari”, il “popolo lavoratore” ma il popolo senza aggettivi o sostantivi meglio di no; a sostituirlo il “movimento operaio”, leggi un’altra faccia di noi stessi, peraltro misteriosamente scomparsa di recente dal nostro vocabolario), moderandone i ciechi e spesso irrazionali impulsi e indirizzandone l’azione verso obbiettivi a un tempo ragionevoli e razionali di cambiamento della società.
Come era chiaro, l’esercizio di questa duplice “capacità di governo” si sosteneva a vicenda; nel senso che il franare di uno dei due fronti avrebbe messo in discussione la tenuta dell’altro. Come poi è regolarmente accaduto.
E allora, il nostro errore fatale, consumato nella sbornia generale del 1989, è stato quello di ritenere che il “diamante fosse per sempre” e cioè che il nuovo capitalismo finanziario e globalizzante fosse disposto ad operare nei limiti e con i vincoli fissati nel compromesso postbellico. Quando tutti ma proprio tutti i segnali a nostra disposizione – dall’attacco allo stato sociale, a anzi allo stato “tout court”, in nome di un liberismo senza limiti e di una politica di rigore pagata tutta intera dai ceti più deboli – dimostravano l’esatto contrario.
Un errore, peggio una consapevole cecità da cui non siamo ancora usciti. Perchè frutto di una, magari questa sì inconsapevole, intossicazione ideologica, che ci ha portato a fare la guardia a un bidone – il capitalismo come garante di uno sviluppo senza problemi – che nel frattempo è diventato un fantasma.
Normale, allora, anzi scontato, che il popolo – magari non quello con la maiuscola esaltato dai Michelet e dai Mazzini o dai populisti dell’Ottocento ma nemmeno schernito come barbaro e ignorante dalle élites europeiste – si guardi intorno e si riconosca in chi mostra di ascoltarlo e di rappresentarlo; e che questo popolo non si senta più rappresentato da noi.
E’ vero: i nostri testi ci dicono che il socialismo è nato come superamento del populismo, dell’anarchismo e di tutte le dottrine dell’Ottocento; ma su altri c’era anche scritto che, così come il radicalismo era stato il superamento del liberalismo e il socialismo quello del radicalismo, il comunismo lo sarebbe stato di tutto quello che l’aveva preceduto…
E dunque, la storia va dove vuole e per avere un qualsivoglia mandato del cielo occorre guadagnarselo.
Soluzioni magiche alla nostra portata non ce ne sono. Ma essere consapevoli dei nostri mali e della loro causa sarebbe già un’ottima cosa…