BATTISTI, FINALMENTE E’ SPARITO QUEL GHIGNO

DI PINO SCACCIA

L’ho sempre sognato. Il ghigno, gli sparirà il ghigno. Quel sorrisino indisponente che mi ha inseguito per un anno in Brasile. A Papuda, periferia della capitale-ufficio Brazilia mi ha perseguitato molto da vicino. Sono entrato nella sua cella, la numero 5 di un carcere dove non è mai fuggito nessuno, grazie alla benevolenza del direttore che odiava Battisti perché in Italia aveva ucciso un suo collega: il maresciallo Santoro a Udine. Ho frugato fra i suoi libri. Ma lui si era nascosto durante l’ora d’aria perché uno dei principi era di evitare accuratamente giornalisti italiani, che potevano magari fargli qualche domandina scomoda, molto meglio i brasiliani (selezionatissimi) che credevano alle sue fandonie. Quel ghigno che mi ha massacrato nelle infinite udienze nel Supremo Tribunal Federal che andavano avanti pure tutta la notte per questioni di forma, terribili i brasiliani quanto sono prolissi (e un tantino presuntuosi). Sono stato quattro volte a Brazilia perché le settimane giudiziarie duravano al massimo due-tre giorni poi tutti i giudici partivano per casa e restavamo in quella città inventata a forma di aeroplano solo io ed Enrico Bellano, il mio fidatissimo compagno di viaggio, oltre ai domestici dei vari parlamentari che abitavano a centinaia di chilometri di distanza. br35

Alla fine di discussioni allucinanti, i massimi giudici (un po’ la nostra Cassazione) si erano fermati sul 5-4 a favore dell’estradizione. Ma si è imposto allora il presidente Lula che umiliando il potere giudiziario aveva imposto la forza legislativa per rifiutare l’estradizione. Facendo infuriare il nostro presidente Napolitano al quale poi si rivolse direttamente lo stesso Battisti chiedendo di essere ascoltato. E Napolitano gli rispose semplicemente “Venga in Italia ad espiare”. Sì perché con ‘sta storia delle condanne in contumacia il malfattore ci ha giocato tutta la vita. E’ stato condannato in contumacia semplicemente perché è sempre scappato. La prima fuga dal carcere di Frosinone, aggregandosi ai marsigliesi, poi dalla Francia…casualmente la sera prima di essere estradato. Dispiace dirlo ma sono stati proprio i cugini francesi, sempre, a favorire la sua latitanza prima grazie alla dottrina Mitterand e poi grazie ai buoni uffici di Carlà. Messico e poi Brasile e chissà quante altre tappe intermedie,  ma non me occupo perchè è storia nota. Quel che va sottolineato è il grande errore della “gauche”, l’intelligenza francese, imitata maldestramente dai nostri sinistri-sinistri, per uno scrittore mediocre, talmente scemo da rivelare di essere lui stesso il progonista del primo noir. Lula, eroe della rivoluzione lo ha preso sotto la sua ala protettiva, fino a che non è stato cacciato per corruzione, e la sua pasionaria compagna di lotte, Djlma Roussef a considerarlo una vittima del sistema che volevano condannare per le sue idee. Mentre il fuggitivo era stato condannato all’ergastolo per quattro omicidi (due compiuti materialmente), non certo per le opinioni.

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Partito piccolo ladro di biciclette e poi rapinatore si era scoperto grande terrorista uccidendo secondo il sistema proletario: un macellaio che aveva ucciso un compagno, un gioielliere che pure aveva reagito durante una rapina, un direttore delle carceri non debole, e un agente della Digos troppo solerte. Tutto legittimo, dal suo punto di vista, ma di cui doveva essere cosciente di dover pagare. Una strana casualità: proprio a Santa Cruz, dove è stato preso, sono partito per Vallegrande dove ho trovato i resti di Che Guevara. Sarebbe stata una bestemmia paragonarlo sia pure lontanamente a un vero mito. Una sola cosa devo riconoscere a livello personale a un criminale omonimo di un patriota, di avermi fatto conoscere Rio de Janeiro, una bellezza da mozzare il fiato, forse la più eccitante città del mondo. Il paradiso tra Ipanema e Copacabana. Mi dispiace invece che ora sembra che sia stato arrestato dalla destra italiana che ne approfitta. No, è stato catturato perché è cambiata l’aria non da noi ma laggiù: prima Timer poi Bolsonaro. E dopo 38 anni, la fuga è finita. E il ghigno finalmente è sparito.

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Ripensando ora a quella città inventata, mi viene da dare un consiglio agli amici padani. Siamo un granello rispetto al continente Brasile, ma proviamoci. Spostiamo la Capitale nel regno delle ampolle, con tutti i Palazzi al seguito, le scorte, le proteste. Roma non ha bisogno dei ministeri, vive di luce propria. Come Rio.