UNA STORIA CHE NON È FINITA

DI LUCA BILLI

Al di là del prigioniero – che non nomino e di cui non mi frega umanamente e politicamente un cazzo – al di là della pagliacciata dei due – dicesi due – ministri andate a “prendere” il prigioniero, il problema è che, ancora una volta, il nostro paese si rifiuta di fare i conti con il fenomeno del terrorismo politico che lo ha colpito dalla fine degli anni Sessanta alla prima metà degli Ottanta.
Di quel periodo e di quello che ha significato nella storia italiana parlano unicamente o le vittime e i loro familiari o gli stessi ex-terroristi: francamente nessuna delle due “categorie” può dare un giudizio sereno e obiettivo su quei fatti. Non voglio affatto sminuire l’altissimo valore morale e civile della testimonianza e dell’impegno dei familiari delle vittime e delle loro associazioni, che sono rimasti soli nella loro sacrosanta battaglia per la verità. Proprio per questo penso che non si possa chiedere a loro di svolgere una funzione che dovrebbe essere svolta dalle istituzioni. E’ capitato che un magistrato incapace abbia vincolato la sua decisione di autorizzare uno sconto di pena per un terrorista all’approvazione dei familiari delle sue vittime. E’ un errore gravissimo, perché a chi ha perso un padre, un marito, un figlio non si può chiedere di essere santi e sante, non si può negare loro il desiderio, più o meno esplicito, di avere vendetta e non solo giustizia. chiedere che Battisti fosse incarcerato per sempre.
Trovo poi difficilmente accettabile che alcuni ex-terroristi salgano in cattedra – in alcuni casi non solo metaforicamente – non per spiegare e raccontare tutta la verità, ma quasi per rivendicare alcune scelte di quegli anni, per giustificare e giustificarsi. Chi ha ucciso, chi ha usato la violenza per sostenere le proprie idee politiche, non ha diritto a simili platee.
Uno stato serio, passati ormai alcuni anni da quei momenti così drammatici, dovrebbe fare una grande operazione di verità. Assicurati prima di tutto i rimborsi e i diritti alle vittime e alle loro famiglie – che invece ora troppo spesso sono bloccati e ritardati da leggi cervellotiche e da una burocrazia ottusa – uno stato serio dovrebbe proporre una riflessione nazionale su un fenomeno storico che non solo ha sconvolto la vita di tante famiglie, ma ha oggettivamente cambiato il corso della storia nazionale. Senza gli attentati neofascisti di piazza Fontana e di piazza della Loggia da un lato e senza il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro d’altro il corso degli eventi sarebbe stato certamente diverso.
Fatta questa riflessione, fatti conti con la verità, si potrebbe anche immaginare una soluzione extragiudiziale per gli ex-terroristi, almeno per quelli che avessero collaborato davvero alla riscrittura di quelle pagine di storia. Purtroppo questa storia non la si vuole raccontare, evidentemente perché nasconde troppi segreti. Perché non sappiamo ancora chi non volle fermare o, peggio ancora, utilizzò i peggiori gruppi neofascisti, perché non sappiamo ancora chi guardò con favore alla morte di Moro, perché non sappiamo perché fu messa una bomba così potente nella sala d’attesa di seconda classe della stazione di Bologna. O meglio lo sappiamo con precisione storica, ma la storia non fa mai la giustizia.