LO STRANO CASO DI DELFO ZORZI, NEOFASCISTA RESIDENTE IN GIAPPONE

DI LUCA SOLDI

 

 

Gli investigatori dell’Interpol li braccano da decine di anni in attesa di un passo falso.
È difficile che manchino il colpo
Di una copertura politica che possa mostrare qualche tentennamento
Poi il vento cambia e le forze dell’ordine possono intervenire
Come Battisti ci sono decine di figure di primo piano del terrorismo, della stagione degli anni di piombo che si nascondono o meglio vivono all’estero.
Per molti di loro è la Francia il luogo del riparo, ma anche il Sudamerica che tradizionalmente consente riparo a chi viene ricercato dalla giustizia europea ed italiana
Mondi spesso in contrasto fra di loro tenuti assieme nella cieca volontà di destabilizzare la democrazia anche grazie alla complice volontà destabilizzatrice di organi deviati dello Stato
Un caso decisamente particolare è quello di Delfo Zorzi, noto anche come Roi Hagen divenuto passata la parentesi terroristica, un potente imprenditore rifugiato nel Sol Levante.
Zorzi è stato un esponente di Ordine Nuovo, accusato dai collaboratori di giustizia Carlo Digilio, Martino Siciliano e Edgardo Bonazzi, di essere l’esecutore materiale della strage di Piazza Fontana a Milano e di Piazza della Loggia a Brescia ma, dopo un tortuoso percorso giudiziario fu definitivamente assolto da entrambe le accuse

La sua colpevolezza, pur caduta nella prescrizione, venne riconosciuta “solo” per alcuni attentati commessi dalla cellula veneziana di Ordine Nuovo.

«Zorzi a Trieste e Gorizia collocò candelotti di gelignite» che però non detonarono.

Allo stesso modo ebbe modo di partecipare alle riunioni in cui la cellula padovana di ON di Franco Freda organizzò gli attentati ai treni dell’estate 1969, che non fecero vittime ma solo feriti.

Nella stessa sentenza definitiva di assoluzione per piazza Fontana si precisa che «la cellula veneziana di Maggi e Zorzi» nel 1969 organizzava attentati terroristici, ma riguardo ai due imputati «non è dimostrata la loro partecipazione alla strage del 12 dicembre».

L’attenzione eccessiva degli inquirenti lo consigliarono di trasferirsi in quella terra dell’estremo oriente sempre amata da lui, il Giappone.
Fu così che da semplice appassionato della cultura nipponica, nel 1974 Zorzi si trasferì.

Qui grazie ad una borsa di studio ebbe modo di cominciare ad insegnare italiano all’università. Grazie ad una grande rete di conoscenze nel dicembre 1975 ricevette la richiesta, da parte di alcuni esponenti della Democrazia Cristiana di contattare Nakayama, leader della frangia più conservatrice del Partito Liberal Democratico.

Nel 1980 ritornò in Italia dove a Marghera si sposò con la giapponese Yoko Shimoji, originaria di Okinawa. Il matrimonio, caso più unico che raro nel,Paese del Sol Levante, gli consentì di ottenere il passaporto

Con le ingenti disponibilità economiche della moglie pose le fondamenta della ditta di import export che lo portò al successo come imprenditore. Nello stesso periodo conobbe Ryoichi Sasakawa, uno dei più influenti finanziatori della Destra giapponese.

Arrivò anche il nuovo nome di Zorzi, Hagen Roi , il cui cognome in giapponese significa «origine delle onde»oltre a essere il nome di un personaggio della Canzone dei Nibelunghi ed è in assonanza col tedesco Haken-kreuz in italiano «croce uncinata».

Un nome che è tutto un programma e che la dice lunga sulle ingenuità politiche di questo campione della destra estrema. Il 13 aprile 2000 il neo fascista Edgardo Bonazzi aggiungendosi ad altri pentiti dichiarò che Guido Giannettini dei servizi segreti gli aveva indicato Zorzi come autore materiale del tragico attentato di piazza Fontana.

Tutti i presunti responsabili furono condannati all’ergastolo il 30 giugno 2001 con sentenza di primo grado. Il governo italiano richiese l’estradizione al Giappone dove Zorzi in cui si era trasferito diversi anni prima, ma ottenne un sonoro rifiuto poiché, ormai aveva ottenuto la cittadinanza nipponica, pur conservando anche il passaporto italiano. La legge giapponese esclude l’estradizione di propri cittadini, anche in virtù del fatto che il reato di strage, secondo la legge del paese orientale, si prescrive in soli 15 anni stesso Zorzi dopo la condanna all’ergastolo dichiarò la sua indisponibilità a rientrare in Italia definendo «inaffidabili» i giudici italiani.

Una inaffidabilità che venne meno quando il vento sembrò cambiare.

Infatti il 12 marzo 2004, la Corte d’assise d’appello di Milano ribaltò il verdetto ed assolse Zorzi e gli altri due imputati «per non aver commesso il fatto».

La Cassazione il 3 maggio 2005 rigettò il ricorso proposto contro tale sentenza e le spese processuali furono imputate ai familiari delle vittime che si erano costituiti parte civile.

Nuovamente, basandosi esclusivamente sulle dichiarazioni di pentiti Zorzi fu indagato e rinviato a giudizio anche per la strage di Piazza della Loggia. Nel 2002 il pentito Martino Siciliano, già teste chiave nel processo per la strage di Piazza Fontana scagionò Delfo Zorzi da ogni accusa ma venne poi indagato per favoreggiamento così come il legale di Zorzi Gaetano Pecorella.
A Siciliano sarebbero andati 500.000 euro per ritrattare la testimonianza e per il trasferimento in Colombia. Le indagini sul presunto favoreggiamento si conclusero con l’archiviazione nel 2010.
Il 16 novembre 2010 la Corte d’assise di Brescia assolse per insufficienza di prove tutti e cinque gli imputati[38][39]. Nella motivazione dei giudici di Brescia, la testimonianza di Carlo Digilio, «provato da debolezza fisica e psichica dovuta all’ictus», fu giudicata inattendibile come già lo fu nel caso della strage di Milano[40]. Tra questi furono assolti anche il generale Francesco Delfino accusato di aver depistato le indagini nella prima fase[41] e Pino Rauti per non aver commesso il fatto su richiesta della stessa accusa[42].

Tutti gli imputati furono nuovamente assolti anche in appello[43], in seguito la ricorso della Procura generale di Brescia contro l’assoluzione in appello, Zorzi fu definitivamente assolto dalla Cassazione nel 2014 insieme a Delfino (per Pino Rauti intervenne l’estinzione del procedimento, essendo questi deceduto nel frattempo)[1].

Al termine del processo Zorzi dichiarò la propria solidarietà ai parenti delle vittime: «Sento sinceramente il bisogno di sottolineare l’empatia che provo nei confronti dei parenti delle vittime della strage di Brescia in quanto posso ben comprendere la loro sofferenza avendo, in maniera e misura molto diversa, sofferto moltissimo anch’io, sotto tutti i profili personali e professionali» Aggiungendo che «un’oscura regia ha voluto a tutti i costi ricercare per le stragi un colpevole che fosse rigorosamente ‘fascista’ e, sottolineo, non ‘il colpevole’.» e dicendosi certo dell’innocenza di Carlo Maria Maggi, la cui sentenza di assoluzione, come quella di Maurizio Tramonte, era invece stata annullata dalla medesima sentenza della Cassazione. Sia Maggi che Tramonte saranno poi condannati all’ergastolo nel 2015.

Nel 2002 il corrispondente de Il manifesto e della RAI Pio D’Emilia pubblica un’inchiesta in Giappone sulle sue vicende giudiziarie e svela retroscena sulle pratiche non ortodosse con le quali Zorzi avrebbe ottenuto la cittadinanza giapponese. Zorzi denunciò D’Emilia chiedendo 10 milioni di euro come risarcimento morale, difeso da Takeshi Takano, avvocato difensore di diversi criminali di guerra giapponesi.

Nel settembre del 2005 il settimanale L’Espresso pubblica una lunga inchiesta di Alessandro Gilioli sugli affari che Zorzi intratterebbe nel mondo del pellame e dell’alta moda, tramite la Grup.p. Italia e altre società anonime in Svizzera, Lussemburgo, Isola di Man, con la malavita giapponese e coreana, riportando accuse di riciclaggio, denunce per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e usura insieme a Daniela Parmigiani, amministratrice della Gru.p. Italia, ai danni di Maurizio Gucci nel 1995. L’unico negozio della Grup.p al di fuori dell’Italia è a Bogotà, dove tuttora vive Siciliano. Gilioli rivela inoltre l’amicizia che lo lega agli ex-militanti di estrema destra e imprenditori di pellame Paolo Giachini e Massimiliano Fachini e della vicinanza all’ex ufficiale tedesco nazista Erich Priebke.

Sotto società anonime, Zorzi è il proprietario di Oxus a Milano, con sede in Galleria Vittorio Emanuele II, in un fondo di proprietà del comune meneghino, di un altro negozio della stessa catena in Piazza Fiume a Roma. Il giornale ha ottenuto una querela da parte della società detentrice del marchio.

Ad oggi Zorzi vive a Tokyo, nel quartiere di Aoyama e da quando è stato assolto da tutte le accuse in via definitiva, terminando così la sua latitanza, ha potuto dare nuovo impulso imprenditoriale alle sue attività grazie a frequenti rientri in Europa e in Italia.