NOI, CHE FACCIAMO IL TIFO PER UN AEREO CHE ATTERRA CON UN LATITANTE

DI MARCO GIACOSA

Tre cose.

. Io le ricordo, quand’ero piccolo, le immagini al telegiornale, il servizio accolto con orrore delle donne adultere lapidate in Afghanistan, nello stadio. C’erano queste persone attorno, convinte che la giustizia fosse quella, lanciare una pietra fino a uccidere una persona. Ma l’Afghanistan era lontano, e quelli erano poveri e ignoranti, noi eravamo la civile Italia ricca, certe cose le fai solo se vivi in una capanna, non hai studiato e qualcuno te le mette nella testa.

. Io lo ricordo, mio nonno dire: «In guerra mangiavo le bucce di patata raccolte nei letamai». Mio nonno ha avuto fame e quando un giorno gli dissi, sotto il vento di un’improvvisa, puntuale folata passatista, «Certo che stavate bene voi, quando eri giovane nelle vigne si cantava», mio nonno s’imbrunì e disse: «Non scherzare neppure. Adesso se ho fame mangio, se ho sete bevo, se ho freddo mi copro, se ho caldo c’è il ventilatore. Non cambio un giorno di oggi per uno di allora».

. Il punto non è Battisti, il punto è che cosa siamo (diventati) noi, che facciamo il tifo per un aereo che atterra e sopra non ci sono Causio, Bearzot, Zoff e Pertini in una partita di scopone, ma un latitante. Una persona. Dalla fotografia con le carte e la coppa del mondo a quella di un uomo cui non è stato concesso di radersi e il cambio d’abito, perché è diventato il simbolo multiforme di pensieri che si scontrano ormai caotici come luci stroboscopiche: addirittura «un regalino», secondo il presidente del quinto Paese più popolato del mondo.

Le cose sono fragili, si corrompono. Cibo, calore e istruzione non le proteggono. Non si arriva all’Afghanistan in un giorno; senza fratture né rumori si fortificano le motivazioni, ogni azione è un piccolo, quasi insignificante precedente, finché un giorno ti trovi con una pietra in mano e non ricordi neppure come ci è finita, e a quel punto, nel dubbio, la tiri.