BREXIT, THERESA MAY SOPRAVVIVE  MA IL REGNO UNITO AFFONDA

DI PAOLO DI MIZIO

 

Dunque, ci siamo. La tragedia si avvicina a grandi passi. Martedì 15 gennaio il parlamento di Westminter ha rigettato l’accordo stipulato tra la premier Theresa May e l’Unione europea. La sconfitta è stata epica, la più grande nella storia della democrazia inglese: il governo è andato sotto di 230 voti (432 contro 202). Eppure ieri, 24 ore più tardi, quello stesso governo è sopravvissuto a una mozione di sfiducia, con 325 voti contro 306.

“Un governo zombie che rifiuta di fare l’unica cosa da fare: dimettersi” ha commentato il leader dei laburisti Jeremy Corbyn.

Cosa succede a Westminster? Succede che la May ha giocato l’ultima carta per la sua sopravvivenza, incitando i laburisti a presentare una mozione di sfiducia, che Corbyn non ha potuto fare altro che accettare.

E così è accaduto che gli oltre 170 Tory che 24 ore prima avevano accoltellata alle spalle la May bocciando il suo accordo, si sono ammassati in sua difesa. Il motivo è semplice: le dimissioni avrebbero provocato elezioni anticipate che nessuno dei Tory vuole, dal momento che le urne decreterebbero quasi certamente un tracollo del partito e conseguente decimazione dei ranghi. Un agnello non ha mai chiesto di anticipare la Pasqua.

Ora, con Westminster in pieno caos e la mancanza di tempo e di idee per rinegoziare un accordo con l’Europa, Londra si avvia a una catastrofica uscita dall’Europa. Il ‘no deal’, nessun accordo, avrà per l’Europa serie ripercussioni, ma per il regno Unito avrà addirittura conseguenze drammatiche.

Il Paese si troverà, dalla mezzanotte del 29 Marzo, a gestire una situazione da conflitto bellico: frontiere paralizzate, autostrade nel sud dell’Inghilterra requisite dal governo per parcheggiare decine di migliaia di camion che per giorni non riusciranno a imbarcarsi sui traghetti, i porti di fatto bloccati, gli aeroporti parzialmente chiusi, ponti aerei per rifornire il paese di medicinali e viveri, progressivo rallentamento della produzione nelle fabbriche fino alla paralisi quando le merci, non trasportabili all’estero, avranno saturato i piazzali o quando i pezzi di assemblaggio provenienti dall’Europa non riusciranno ad arrivare in territorio britannico.

Per non parlare della fuga, già iniziata, delle grandi aziende americane e delle grandi banche di tutto il mondo, che avevano stabilito una base operativa nella City per acquisire un passaporto europeo alle loro operazioni. A Trafalgar Square tempo fa era in bella mostra un’insegna pubblicitaria che diceva: “La City di Londra misura un miglio quadrato. Qui ci sono più banche giapponesi di quante ce ne siano a Tokyo”. Adesso il quartiere rischia lo spopolamento.

Insomma, si prepara uno scenario da incubo, che per diverso tempo taglierà il tasso di crescita del Paese, provocherà forse una recessione, metterà la sterlina in balia di tempeste speculative, abbasserà il potere d’acquisto della popolazione e avrà riflessi duraturi su tutta l’economia britannica.

L’ex glorioso impero ha già subìto un colpo micidiale al proprio prestigio. Che pensare di un paese che si caccia volontariamente in un guaio di queste dimensioni? Dal referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016 Londra non è mai apparsa avere idee chiare sulla vitale trattativa con l’Europa. Ha colpito gli osservatori il fatto che, ai negoziati di Bruxelles, i rappresentanti europei arrivavano carichi di faldoni spessi 20 centimetri; i negoziatori inglesi invece si presentavano senza neppure un foglio di carta in mano: sostanzialmente senza un’idea o una proposta.

Del resto come giudicare un Paese che chiede di ristabilire le frontiere sovrane e chiede nello stesso tempo… che non esistano i controlli di frontiera? Che chiede di godere dei benefici dell’unione doganale ma…senza far parte dell’unione doganale? Una posizione kafkiana, imbarazzante. Juncker di recente ha definito la posizione di Londra “nebulosa”. Theresa May si è offesa e lo ha affrontato a brutto muso. Ma aveva ragione Juncker. Del tradizionale pragmatismo della politica inglese, qui neppure l’ombra.

La soluzione prospettata alla fine è stata quella del cosiddetto ‘backstop’, ovvero libertà di movimento per merci e persone tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, l’unico confine terrestre del Regno Unito. Ma per far questo l’Irlanda del Nord sarebbe rimasta a tutti gli effetti dentro l’Unione doganale europea, mentre il resto del Paese ne sarebbe stato fuori. Soluzione ibrida, zoppa, pericolosa per l’integrità stessa del Regno Unito e inaccettabile per tutti, a partire dagli unionisti protestanti nordirlandesi, che vogliono rimanere ben ancorati a Londra per non finire nell’abbraccio dell’odiata e cattolica Repubblica d’Irlanda.

Da parte sua la premier May, nei due anni e mezzo del suo incarico al Numero 10 di Downing Street, ha commesso almeno tre errori fondamentali. Il primo è strategico: ha pensato di poter gestire la Brexit mettendo d’accordo le richieste opposte delle due anime del suo partito, quella pro-Brexit e quella pro-Remain, quando le posizioni erano già fortemente radicalizzate dalla campagna referendaria e chiaramente inconciliabili.

Anche il Labour è profondamente spaccato in due sulla Brexit: May avrebbe potuto dunque giocare su uno schema bipartisan, radunando le forze che nel Tory e nel Labour erano favorevoli a una Brexit morbida. Ma non l’ha fatto.

Né lo sta facendo ora. Dopo il naufragio del suo accordo con l’Europa ha annunciato che intraprenderà colloqui interpartitici, ma a questi colloqui non è stato invitato il leader dei laburisti, che controlla quasi la metà dei seggi in parlamento. Nessun passo verso la pacificazione nazionale, dunque. Un’altra assurdità nella goffa politica di una signora troppo frettolosamente ribattezzata “la nuova Lady di ferro”.

Gli altri due errori sono stati tattici e non meno gravi. È stato un errore indire le elezioni generali dell’8 giugno 2017, con due anni d’anticipo sulla scadenza della legislatura. La May sperava di incrementare la maggioranza di appena 12 seggi che aveva ereditato da David Cameron. Ma dalle urne uscì un tracollo dei conservatori, con un’impetuosa avanzata del Labour, senza che alcun partito conseguisse una maggioranza in parlamento.

Da quel momento il governo si regge – o meglio, non si regge – con una maggioranza di tre voti grazie all’appoggio esterno di dieci parlamentari del Dup, il partito unionista dell’Irlanda del Nord: partito ostico, con un’agenda improntata a contrastare la popolazione cattolica dell’Ulster e quindi ostile a ogni apertura verso l’Unione europea.

La debolezza della May derivata da quel fiasco elettorale ha dato benzina alle ambizioni di diversi notabili Tory, come Boris Johnson, David Davis, Michael Gove e Jacob Rees-Mog, tutti pro-Brexit, tutti contrari all’accordo negoziato con l’Ue e tutti ansiosi di azzannare la preda ferita, la May, per finirla e prenderne il posto alla guida del partito.

L’altro errore tattico è stato quello di concepire quel piano B che la premier ha messo in atto pochi minuti dopo la sconfitta: sfidare il Labour a presentare una mozione di sfiducia al governo. La sopravvivenza della May alla sfiducia significa un prolungamento della sua agonia politica e dell’agonia del Paese, ma senza alcuna prospettiva di soluzioni.

La premier avrebbe potuto agire diversamente. Prima del voto sull’accordo con l’Europa avrebbe potuto annunciare che, in caso di sconfitta, si sarebbe dimessa con effetto immediato, rendendo inevitabili nuove elezioni anticipate. La mossa, come detto, avrebbe terrorizzato i ribelli del suo partito, e questo avrebbe potuto cambiare l’esito del voto o almeno rendere la sconfitta meno gigantesca.

Ora non restano che tre prospettive. Un nuovo referendum sulla Brexit, ipotesi altamente improbabile, alla quale anche Corbyn è contrario nonostante sia richiesta da molti laburisti. Elezioni anticipate convocate dalla stessa May: prospettiva ancora più improbabile visto che si tradurrebbero in una carneficina dei Tory.

Terza e ultima spiaggia, alzare bandiera bianca e chiedere all’Unione europea di spostare di qualche mese la fatidica data del 29 marzo. L’Europa ha già graziosamente fatto intendere che direbbe di sì, se tale richiesta fosse formulata. Ma non saranno pochi mesi di tempo a miracolare il governo di Sua Maestà con il dono di idee chiare e univoche. Non saranno pochi mesi a salvare il Regno Unito dalla sua follia suicida.