“BIRD BOX CHALLENGE”. È DAVVERO COLPA DI NETFLIX?

DI COSTANZA OGNIBENI

Can’t believe I have to say this, but: PLEASE DO NOT HURT YOURSELVES WITH THIS BIRD BOX CHALLENGE. We don’t know how this started, and we appreciate the love, but Boy and Girl have just one wish for 2019 and it is that you not end up in the hospital due to memes.
[Non possiamo credere di doverlo dire, ma: PER FAVORE NON FATEVI MALE CON QUESTA BIRD BOX CHALLENGE. Non sappiamo come tutto questo sia cominciato e apprezziamo il vostro affetto, ma Bambino e Bambina hanno un solo desiderio per il 2019 ed è di non vedervi finire in ospedale a causa dei meme].

Stringate ma eloquenti le parole che Netflix ha dovuto postare sul proprio profilo Twitter per tentare di mettere fine a un’epidemia scatenatasi in seguito alla distribuzione di “Bird Box”, il fortunato film con Sandra Bullock diretto dal premio Oscar Susanne Bier e prodotto dalla stessa piattaforma statunitense, uscito il 21 Dicembre e che nel giro di una sola settimana ha collezionato ben 45 milioni di visualizzazioni. Il fantahorror distopico, tratto dall’omonimo romanzo di John Malerman, narra la storia di Marolie (Sandra Bullock) una coraggiosa madre che dovrà mettere in salvo i suoi due figli da una strana forza che porta all’impazzimento e poi al suicidio chiunque si trovi a guardarla. Indossare una benda diventa dunque l’unico modo per sfuggire alla catastrofe e madre e figli dovranno affrontare un viaggio di due giorni nella foresta completamente bendati. Un film come tanti se ne vedono, una storia di fantascienza più o meno apprezzabile a seconda dei gusti; quello che viene da chiedersi in questo specifico caso è perché i fan abbiano deciso di cominciare a emulare i protagonisti lanciando la “Bird Box Challenge”, una vera e propria sfida sul web dove ognuno posta le mille e più situazioni in cui cerca di fare qualcosa completamente bendato, dal passeggiare banalmente per il proprio giardino, al farsi la barba; dall’eseguire piccoli lavori domestici, fino a mettersi alla guida della propria auto.
Dedurre da questo piccolo e pericoloso episodio che la cretineria della rete ha probabilmente meno confini della rete stessa e costringere gli autori a creare contenuti più “educativi”, rimane un approccio non del tutto sbagliato, ma sicuramente piuttosto superficiale: quello che viene da chiedersi di fronte a vicende di questo tipo (non dimentichiamoci che non è certo il primo “challenge” che viene lanciato in rete) è quale sia la caratteristica per cui determinati contenuti facciano presa più di altri: di film e serie tv di fantascienza dove i protagonisti si trovano a combattere, uccidere, camminare sospesi su un filo, lanciarsi dai grattacieli e chi più ne ha più ne metta, se ne trovano a volontà; dunque quello che rimane incomprensibile è perché a un certo punto i fan decidano di emulare un’azione piuttosto che un’altra.
A questo va aggiunto che la teoria stimolo-azione nel rapporto tra mass media e pubblico è ormai obsoleta; studiosi e scienziati della comunicazione, negli anni, hanno avuto modo di dimostrare che le interferenze in un rapporto che prima si immaginava diretto sono innumerevoli: dagli opinion leader, all’interpretazione del messaggio; dal passaparola, ai processi che portano all’innalzamento o l’abbassamento della soglia dell’attenzione, parlare di ragazzini che si bendano mettendo a repentaglio la propria vita e quella degli altri semplicemente perché hanno visto Sandra Bullock fare la stessa cosa, è un modo di vedere la realtà alquanto superato.
Quello che, piuttosto, bisogna chiedersi, è perché sia così diffusa la necessità di sentirsi continuamente al centro dell’attenzione; nell’epoca in cui chiunque può godere del famoso “quarto d’ora di celebrità”, sembra che manifestare una vita “cool” piena di amici ed esperienze, non sia abbastanza. Occorre stupire e stupirsi, stimolare continuamente quell’adrenalina che diviene sempre più difficile da produrre spontaneamente. Quello che viene da chiedersi è, piuttosto, perché ci sia bisogno di spingersi sempre oltre determinati limiti. Forse perché l’aumento delle possibilità, del tempo e l’abbattimento di ogni confine, il superamento, insomma, di qualsiasi forma di impedimento fisico ha lasciato dietro sé un vuoto che bisogna colmare in qualche modo. Forse perché questo modello di “uomo nuovo” concesso dal progresso tecnologico aveva bisogno di un salto anche di tipo mentale, in quanto la nuova partita è un “tempo liberato” che non si sa come occupare; un tempo liberato che fa emergere un’indifferenza che si traduce in una fatuità nell’agire che non si risolve certo smettendo di trasmettere contenuti “a rischio”.