IL MONUMENTO A JAN PALACH E JAN ZAJIC, IN PIAZZA SAN VENCESLAO A PRAGA

DI FLAVIO FUSI

Praga, 25 febbraio 1969, ore 13.30. Provo a immaginare gli ultimi istanti della vita di Jan Zajic, mio coetaneo, studente di diciannove anni, consumato dalle fiamme sul portone del civico 39 di piazza San Venceslao. Il terrore e l’esaltazione, la sfida testarda, il fuoco e l’ ultimo gesto non riuscito: gettarsi dal porticato fino al centro della piazza, urlare la protesta, infine la sua agonia solitaria.

La grande storia non lascia traccia di questa minima esistenza, rivendicata nella breve lettera lasciata alla famiglia: «conosco il valore della vita e so che è ciò che abbiamo di più caro. Ma io desidero molto per voi e per tutti, perciò devo pagare molto…».

Come il suo compagno Jan Palach, suicida con il fuoco un mese prima, anche questo anonimo studente dell’istituto per ferrovieri di Sumperk, Moravia settentrionale, desiderava «molto per tutti» nella Cecoslovacchia che non aveva più niente, sgomenta e annichilita dalla repressione sovietica dopo la fioritura della primavera di Praga.

E proprio Jan Palach è il fantasma, il doppio, che accompagna Jan Zajic negli ultimi giorni della sua esistenza. Quando lo studente praghese muore in ospedale, il 19 gennaio, Zajic è subito nella capitale, per partecipare allo sciopero della fame intrapreso da un gruppo di giovani davanti al Museo Nazionale di piazza San Venceslao.

Il 25 gennaio, insieme ai compagni dell’Istituto tecnico di Sumperk, partecipa al funerale, l’imponente processione che muove da via Parizska. Quel giorno un fiume di gente, più di mezzo milione di persone, accompagna la salma per le vie della città fino al cimitero di Olsany.

Zajic conosce le ultime lettere lasciate da Palach, quell’appello che sembra preludere ad altri sacrifici e che lascia immaginare altri roghi: «poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo».

Il monumento a Jan Palach e Jan Zajíc, in piazza San Venceslao, a Praga

Quando le ceneri sono ormai fredde, quando è chiaro che nessuno seguirà l’esempio estremo, Jan decide di essere il prossimo. La cronaca, che a fatica registra il nuovo sacrificio, non

aiuta a decifrare quelle ore estreme. Tre compagni seguono il condannato in quell’ ultimo viaggio da Vitkov a Praga, la polizia è da tempo sulle sue tracce, ma lui è ormai deciso a morire. E morirà dentro un portone, senza poter correre nella piazza, e nella piazza mostrare il suo sacrificio, come avrebbe voluto.

Anche il funerale, che Jan aveva sognato negli ampi viali della capitale, sarà celebrato nella lontana Vitkov. Il «potere carnivoro» dell’inverno praghese non tollera scandali e “piazzate”, la palude dell’oblio dovrà richiudersi sui morti per fuoco, ammonire chi voglia emularli. «Nonostante la protesta di Palach, la nostra vita sta tornando sui vecchi binari», scrive il ragazzo nella sua ultima lettera. E ha ragione: bisognerà attendere venti anni perché la decrepita dittatura crolli sotto il peso della storia. Come scrive il poeta: «non con un tuono, ma con un sospiro».

E tuttavia in quel giorno grigio di febbraio migliaia di persone sfileranno nella lontana Moravia, migliaia di candele brilleranno per questo estremo gesto di generosità. Jan Zajic, mio coetaneo. È la sua ostinata solitudine che me lo rende fratello.

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