INVALIDI E LAVORO: BUONA LEGGE E STRUMENTI INADEGUATI – INTERVISTA A PIETRO BARBIERI

“Non tutti i paesi hanno un sistema che prevede aliquote d’obbligo per il collocamento delle persone con invalidità, alcuni preferiscono rinforzare le norme antidiscriminatorie, ma la scelta attiene alla anima culturale del paese di riferimento. E noi e la Francia, tanto per citare i ‘cugini’, abbiamo scelto le percentuali, e sia detto per inciso le nostre sono superiori a quelle francesi. Un sistema mutuato da quello delle lotte femministe…”. A raccontarcelo Pietro Barbieri, già portavoce del Forum del Terzo settore, ex presidente della Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap) e responsabile welfare della segreteria Pd, appena sciolta per la celebrazione del Congresso, che molto ha avuto a che fare con le leggi di questo paese in materia di tutela dei diritti dei disabili.
Dottor Barbieri, quali sono i punti cardine delle normative a tutela dell’inserimento lavorativo delle persone disabili?
“La legge di riferimento è quella del 1999 che ha riformato la vecchia del 1968. Il Jobs act non cambia di molto la norma, ma cerca di rendere più funzionante la filiera del collocamento, oltre che ridefinire i criteri di calcolo dei dipendenti sia pubblici che privati. La legge di riferimento rimane quella del ‘99. Quella del 1968 ‘Disciplina generale delle assunzioni obbligatorie presso le pubbliche amministrazioni e le aziende private’ sanciva la quota del 15 per cento di assunzioni dedicata a persone disabili certo ma anche ad orfani, profughi, insomma a categorie da proteggere e sostenere in senso molto vasto. Quella fondamentale del 1999 definisce invece la quota del 7 per cento per i lavoratori disabili e la quota dell’un per cento per le altre categorie”.
Ma dal 15 al 7?
“Sì è vero ma se si analizza con attenzione, capiamo che la percentuale ridotta in realtà risulta essere una garanzia maggiore per le persone con disabilità. Precedentemente quel 15 per cento era ricoperto nella quasi sua totalità dalle altre categorie protette. La legge a questo punto è chiara: bisogna assumere persone disabili e bisogna farlo accompagnandole attraverso un percorso di collocamento mirato. E’ una rivoluzione sostanziale rispetto al 68”.
Quel che succede poi nella realtà è che il privato, ma ahinoi, anche il pubblico, dedichino spazi non soddisfacenti dal punto di vista professionale alle persone con disabilità. La legge assicura il pane, per le rose non c’è spazio.
“E’ così il lavoratore con disabilità è considerato improduttivo a prescindere. C’è un problema culturale che coinvolge l’intero sistema. Ma nel sistema la grande struttura che manifesta più di tutte la sua incapacità sono i centri per l’impiego. A mancare è proprio il percorso e l’accompagnamento al lavoro che sono il fulcro dell’impianto normativo. L’immagine del 35% dei centro per l’impiego non accessibile alle persone con disabilità dice più di molte parole. Nell’idea del legislatore – e io credo che la legge del 99 sia una legge fondamentale – c’era quella di creare un sistema virtuoso tra datore di lavoro con le sue necessità e la persona con disabilità con i suoi limiti e le sue capacità. In mezzo i centri per l’impiego che purtroppo invece sono consa molto diversa, soprattutto al sud”.
E per le aziende che hanno diverse sedi la percentuale viene ripartita a livello territoriale oppure nazionale?
“Diciamo che c’è un doppio binario e diciamo che spesso le aziende preferiscono assumere disabili al nord. Proprio perché i centri dell’impiego a nord tendono a funzionare meglio….”.
Come si controlla l’intero andamento?
“Attraverso relazioni biennali presentate in parlamento. E ogni volta il risultato è che un terzo dei centri dell’impiego non sono accessibili, tanto per citare la mancanza più manifesta quella che salta agli occhi… E per tacere della loro incapacità a sostenere davvero il disoccupato con disabilità ad entrare nel mondo del lavoro, quando neanche può entrare negli uffici dei centri”.
Centri dell’impiego a cui si è sempre dedicata troppo poca attenzione anche dal punto di vista numerico delle risorse impiegate. Un quadro deprimente…
“Lo è ma poi per fortuna, ci sono le buone pratiche, c’è il centro per l’impiego di Genova, che fa un ottimo lavoro, e ci sono anche le buone pratiche del privato. Come la L’Oréal che in Italia, non in Francia, ha avviato un progetto di lavoro per persone con autismo. O come diverse agenzie di lavoro private profit e non profit che veramente, spesso sembrano essere le vere supplenti delle mancanze del pubblico”.