DAVOS, IL VERTICE NEL DESERTO

I vertici di una volta, quelli che riunivano i grandi della terra per discutere amabilmente del futuro della medesima erano come il placebo. Non curavano alcuna malattia ma facevano bene alla salute. Se stavano tutti lì a parlare di ordine mondiale, voleva pur dire che un qualche ordine esisteva e che dal concerto delle nazioni sarebbero emersi, in modo consensuale, i rimedi atti a salvaguardarlo.
Oggi, invece, non si salvaguardano nemmeno le apparenze. A Terranova, l’anno scorso, niente fotografie di gruppo e niente comunicato congiunto. E oggi, a Davos, non sta arrivando proprio nessun grande capo di stato; ad eccezione, beffa suprema, di Bolsonaro, certamente capo di stato ma, per altro verso, espressione compiuta di un “fai da te” dai connotati esplicitamente fascisti.
E’ la manifestazione del nuovo grande disordine: di un mondo attraversato da una molteplicità di conflitti senza regole per risolverli e senza un “concerto tra le nazioni” per affrontarli e gestirli.
Ognuno dei cosiddetti grandi ha giustificato la sua assenza con “nuovi e improrogabili impegni sopraggiunti”. Insomma, “grazie per l’invito ma…”. E, in questo caso, a differenza del signore della pubblicità del Prostamol, non si tratta di una scusa: Trump ha lo “shutdown”, la May la Brexit, Macron i gilet gialli, la Merkel la crisi del suo modello, Xi Jin Ping il venir meno della sua pretesa di sostituire gli Stati Uniti come garante dell’ordine economico mondiale, la Commissione europea la sua totale precarietà; e ancora e ancora…
“Troppo occupato delle mie faccende domestiche per occuparmi di quelle del mondo”: questa la giustificazione collettiva. E’ la constatazione dell’importanza della dimensione nazionale come unica “realtà effettuale” presente nel mondo. Ma anche l’avvertenza del disastro che ci attende per il venir meno, a tutti i livelli, dell’internazionalismo. Perché in assenza di questo il futuro che ci attende è un mondo percorso da innumeri conflitti; e in assenza di regole per risolverli e di “concerto delle nazioni” per gestirli.
Un monito per quelli che, come noi, contestano, insieme, l’ordine europeo e il disordine mondiale, a partire dal “patriottismo costituzionale”: lo scontro si può combattere, e vincere, solo a livello internazionale; senza la sovranità di un’Europa politica non c’è sovranità nazionale che tenga.
Ma anche un monito, assai più forte, per i difensori dell’Europa che abbiamo. Questi ammettono, ci mancherebbe, la necessità di cambiarla, ma non subito e non ora. “Prima – ci dicono – occorre riunirsi a coorte per debellare i barbari che vogliono distruggerla; per il futuro si vedrà. Per l’intanto ci siamo già pentiti; e questo basti a rassicurarvi”. Tutto bello e tutto giusto; fermo restando che i populo-sovranisti non sono la malattia, potenzialmente mortale, che la colpisce ma piuttosto il termometro che ne misura la gravità. E che, quindi, cambiare radicalmente l'”Europa che abbiamo” è l’unica ricetta suscettibile di salvarla.