L’ASSASSINIO DI GUIDO ROSSA: QUANDO LE BR GETTARONO LA MASCHERA

DI LUCA SOLDI

Guido Rossa, operaio e sindacalista della Fiom-Cgil, è stato il primo in Italia a testimoniare contro un brigatista. Aveva scoperto che un collega dell’Italsider di Genova stava diffondendo nello stabilimento volantini di propaganda della lotta armata e lo ha riferito al Consiglio di fabbrica, ma è stato lasciato solo a firmare la denuncia. E per lui non ci fu protezione. Il 24 gennaio 1979 tre killer lo aspettarono sotto casa, le Br gettarono la maschera mostrando il volto dell’infamia.

L’anniversario, a distanza di quarant’anni da quell’omicidio, ci permette di ripercorrere una stagione fatta, anche a quel tempo, di paure e utopie.

Di come un Paese fondato su dei valori che non sono proprietà di singoli, ma più semplicemente, di una comunità che crede in un riscatto che non passa dalla violenza cieca ma dall’impegno quotidiano basato sulla Costituzione.

Banalità dette e lette oggi ma per niente scontate in quegli anni dove la tentazione a percorrere ad accelerare, il corso di una storia impossibile faceva breccia nei sentimenti di troppi.
Tornano alla mente i manifesti, i necrologi che parlavano di Guido Rossa, in una contraddizione solo apparente, come di quell’operaio “comunista caduto per la libertà”.
Ma Guido Rossa non fu un martire, non fu neppure uno sprovveduto caduto in una spirale dalla quale non sapeva uscire. Il suo cammino fu una evoluzione in termini di valori, fu lezione di vita e partecipazione a tutte le generazioni del tempo
Operaio di origine veneta, visse per parecchi anni a Torino. Il suo primo impiego come per tanti suoi coetanei iniziò a 14 anni come apprendista ed operaio in una fabbrica di cuscinetti a sfera Arriva un posto alla Fiat di Torino come fresatore. Nel 1961 si trasferisce a Genova a lavorare per l’Italsider.
Guido cresce come esperienza di lavoro ma anche come consapevolezza di un mondo, quello della lotta operaia per i diritti, per le rivendicazioni dallo sfruttamento.

È iscritto in modo convinto al Partito Comunista Italiano.

Ad un anno dall’ingresso in Italsider viene eletto nel consiglio di fabbrica per la Fiom-Cgil. Rossa coltiva una profonda passione per la montagna era anche un esperto alpinista: uno dei principali componenti del “Gruppo alta montagna” del CAI Uget di Torino. Una innata predisposizione alle sfide lo vide partecipe al coordinamento della spedizione italiana, organizzata da Lino Andreotti nel 1963 in occasione del centenario del CAI, che tentò, senza però riuscirvi, di conquistare uno dei grandi giganti, il Langtang Lirung (7225 m) nel Nepal. Erano però gli anni bui della Repubblica

Le stesse forze della sinistra si trovarono a dover confrontarsi anche aspramente.

Era il tempo dei “compagni che sbagliano” ma che pure sono compagni, delle rivendicazioni forti, impossibili ma sincere, era il tempo in cui si teorizzano le strade diverse per un mondo più giusto

Era il tempo delle provocazione, accettate, tollerate. Dei picchetti estremi e dei servizi d’ordine estremi. Era soprattutto il tempo dei cattivi maestri che dalle università montavano i teoremi di una guerra impossibile verso uno Stato lontano a volte indifendibile ma sempre custode dei valori costituzionali.

Guido Rossa vive quel tempo in una delle grandi aziende metalmeccaniche che sono pervase da pericolose infiltrazioni. In quella sua fabbrica la macchinetta distributrice di caffè spesso si ritrovano depositati dei volantini delle Brigate Rosse lasciati per scopi propagandistici. Comunicati, spesso farneticanti, spesso atti di accusa contro specifici momenti di sopruso da parte aziendale, di caporeparti e dirigenti prima ancora che del mondo fuori.

Rossa nota che l’operaio Francesco Berardi, addetto a distribuire le bolle di consegna nello stabilimento, si trova spesso nelle vicinanze del distributore. Il 25 ottobre 1978 gli operai trovano una copia dell’ultima risoluzione strategica brigatista, sempre vicino alle macchinette; Rossa nota un sospetto rigonfiamento sotto la giacca di Berardi, si reca negli uffici della vigilanza aziendale per segnalare il fatto e, all’uscita, una nuova copia della risoluzione brigatista è ritrovata su una finestra nel medesimo luogo.

Dopo un breve dibattito interno, l’armadietto di Berardi viene aperto. Lì dentro vengono ritrovati documenti brigatisti, vecchi volantini di rivendicazione di azioni compiute dalla BR e fogli con targhe d’auto appuntate. Guido Rossa decide di denunciare l’uomo, mentre gli altri due delegati si rifiutano. In pratica da questo momento Guido Rossa si ritroverà solo, abbandonato. Sarà questa la sua sentenza di condanna a morte.

Intanto Francesco Berardi cercherà di fuggire dallo stabilimento ma verrà fermato dalla vigilanza della fabbrica.

Immediatamente arrestato dai carabinieri si dichiarerà prigioniero politico.

Con coraggio e determinazione Guido Rossa non ritirerà la sua denuncia e testimonierà al processo. Berardi condannato a quattro anni e mezzo di reclusione finirà i suoi giorni misteriosamente morto “suicida” forse assassinato dai altri terroristi detenuti.

Sarà a questo punto che risuonerà un tremendo campanello di allarme.

Il sindacato temendo una vendetta dei brigatisti, organizzerà a Guido per alcuni mesi una scorta, formata da alcuni operai volontari dell’Italsider.

È il momento che le Br attendono per colpire. Guido Rossa non può passarla liscia, quella sua denuncia contro un brigatista infiltrato nella Italsider è la prima che avviene dalla loro formazione e rischia di costituire un pericoloso precedente proprio per il fatto di esser stata compiuta da un operaio.
Trapelerà nel tempo un momento di discussione all’interno della direzione delle Br sul fatto che la “lezione” dovesse limitarsi a “gambizzare” Rossa ma alle luce dei fatti questa possibilità è parsa solo un misero tentativo di porre una scusa alla crudele disumanità dell’omicidio.

È il 24 gennaio del 1979 alle 6:35 del primo mattino. Guido Rossa esce dalla sua casa in via Ischia 4 a Genova per andare come ogni giorno al lavoro con la sua Fiat 850. Ad attenderlo su un furgone Fiat 238 parcheggiato dietro c’è un commando composto da Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi. Nessuna pietà per colui che considerano un infame. I terroristi gli sparano contro vigliaccamente, lo uccidono.

Lui, colpevole di aver amato troppo la democrazia e la classe classe operaia.

Al suo funerale, parteciparono 250.000 persone, fra queste il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini anche lui devastato dal dolore. Dopo la cerimonia Pertini chiese di incontrare i “camalli”, gli scaricatori del porto di Genova, convinto come ebbe a raccontare Antonio Ghirelli, che in quell’ambiente potesse essere presente chi simpatizzava con le Brigate Rosse. Il Presidente entrò in un grande stabilimento pieno di persone, “saltò letteralmente sulla pedana” e con voce ferma per niente rotta dall’emozione, ebbe a gridare: “Non vi parla il Presidente della Repubblica, vi parla il compagno Pertini. Io le Brigate Rosse le ho conosciute: hanno combattuto con me contro i fascisti, non contro i democratici. Vergogna!”. Ci fu un momento di silenzio, poi un lungo applauso

A Guido Rossa, alla sua memoria, la Repubblica volle dedicare una Medaglia d’oro al valore civile accompagnata da queste parole: «Sindacalista componente del consiglio di fabbrica di un importante stabilimento industriale, costante nell’impegno a difesa delle istituzioni democratiche e dei più alti ideali di libertà. Pur consapevole dei pericoli cui andava incontro, non esitava a collaborare a fini di giustizia nella lotta contro il terrorismo e cadeva sotto i colpi d’arma da fuoco in un vile e proditorio agguato tesogli da appartenenti ad organizzazioni eversive. Mirabile esempio di spirito civico e di non comune coraggio spinti fino all’estremo sacrificio. Genova, 24 gennaio 1979.»

Oggi ci ritroviamo a ricordare questo anniversario nella convinzione che l’omicidio di Guido Rossa fu un punto di svolta senza ritorno, che il suo sacrificio determinò una presa di coscienza collettiva che segnò la fine di certe simpatie e di molte timidezze che negli anni di piombo regnarono troppo a lungo.