CIO’ CHE RESTA DI TANGENTOPOLI. NON E’ ANCORA FINITO IL PROCESSO A DUILIO POGGIOLINI

DI PAOLO VARESE

C’è stato un momento storico in Italia in cui si è respirata un’aria di vero cambiamento, di rottamazione con un passato politico imbarazzante. Un periodo che ha visto i nomi noti della politica agitarsi impantanati in un pantano di rivelazioni, indagini, arresti. Non solo politici ovviamente, poiché erano conniventi manager pubblici, imprenditori. Pentimenti e gesti estremi hanno riempito le prime pagine dei giornali, assieme alle iperboli relative alle carceri d’oro, alle lenzuola d’oro, ed agli interpreti di questa grottesca commedia all’italiana. Tra loro, uno venne soprannominato pubblicamente il Mida della Sanità italiana, anche se in privato era appellato come il boss della malasanità: Duilio Poggiolini. Personaggio con una lunga gavetta statale alle spalle, affiliato alla loggia P2, nel 1981 fu nominato, in seguito alla sua carriera come Ispettore Generale al Ministero della Sanità, rappresentante italiano presso L’O.M.S., Organizzazione Mondiale della Sanità, relativamente al programma per la definizione dei farmaci essenziali. Altro salto di qualità, e nel 1991 la sua elezione a Presidente della Commissione per i prodotti farmaceutici della allora CEE. Sembrava destinato ad un grande futuro, forse in politica data la pletora di contatti importanti, ma poi, nel 1993, il tracollo, con un arresto effettuato a Losanna, in Svizzera, con l’accusa di tangenti ricevute da multinazionali del farmaco, nell’ambito della gestione del servizio sanitario. Ovviamente il Mida provò a fuggire, ma la sua fu una latitanza di breve durata, ed iiniziò la scoperta del suo tesoro. 15 miliardi su un conto svizzero intestato alla moglie, e poi lingotti d’oro e gioielli e dipinti, del valore di svariati miliardi, trovati nel suo appartamento di Napoli, oltre a lingotti rinvenuti nei puff del salotto della sua villa romana. Data la sobrietà del suo modo di vivere, i suoi avvocati chiesero delle attenuanti, poiché secondo la loro tesi, l’accumulazione di ricchezze era una patologia morbosa. Attenuanti di cui fortunatamente la magistratura non tenne conto, e confermando 20 episodi di tangenti, venne condannato alla prigione, assieme alla moglie. Condanna poi ridotta, prima in appello e poi grazie all’indulto del 2006. Oltre al carcere, alla coppia venne comminato il sequestro di 39 miliardi di lire in via preventiva, e nel 2012 la condanna definitiva della Corte di Cassazione al risarcimento per il reato di corruzione, per la modica somma di 5.164.000,00 euro. Il povero Mida provò a rifarsi pubblicando un libro, che però andò talmente male nelle vendite da essere ritirato dal mercato per finire al macero. Ma non solo tangenti per farmaci, poiché Poggiolini venne coinvolto anche nel caso delle trasfusioni con plasma infetto, che venne usato in Italia tra il 1985 edil 2008. Caso giudiziario per cui è stato richiesto a Poggiolini un risarcimento di 60 milioni di euro. La procura di Trento indagò infatti sul mancato controllo di prodotti per il trattamento della emofilia, prodotti messi in commercio, che contagiarono migliaia di persone. L’indagine passò alla Procura di Napoli, che escluse il dolo, richiese l’archiviazione del caso. Secondo i giudicanti si trattò solamente di un danno per colpa, una sorta di epidemia dovuta a noncuranza. Chissà che ne pensano le persone infette. Fortunatamente le parti civili si opposero, e nel 2008 iniziò il processo per una vicenda che nel frattempo aveva causato morti e dolore.

Poggiolini venne incriminato per omicidio colposo nel 2014, ed il dibattito ebbe termine solamente nel dicembre 2018. In quel periodo Poggiolini rimase vedovo, poiché infatti sua moglie nonché complice si spense nel 2007, e quindi si trasferì in una casa di riposo per anziani. La parola fine per quell’ennesimo episodio di disonestà non è ancora stata scritta, anche se il 23 gennaio 2019 il p.m. Incaricato delle indagini ha chiesto l’assoluzione per Poggiolini e per gli altri imputati. In fondo si è trattato di una mancata attivazione di protocolli, non ci fu la volontà di danneggiare qualcuno, facendo arrivare quel plasma, derivato dal sangue di tossicodipendenti e detenuti statunitensi. E poi, sempre il p.m., ha dichiarato che la mancanza delle indagini preliminari complica tutto il quadro accusatorio, rendendo palese una grande verità, e cioè che in Italia alcuni errori portano alla morte, mentre altri alla libertà degli accusati. Le parti civili si opporranno alla richiesta di assoluzione, perchè sarebbe in qualche modo un voler negare l’importanza della colpa, ritenendo l’infezione delle persone come un semplice danno collaterale, portando avanti le loro motivazioni partendo dalla scomparsa di chi si era affidato allo Stato per essere curato. Poggiolini ha 90 anni, difficilmente potrà scontare una pena in carcere, e quegli anni sembrano essere stati cancellati dalla storia, resistendo solamente negli animi dei superstiti e dei parenti delle vittime.