LA DESTRA ITALIANA HA IL SOLITO VIZIO DI NON FARE PRIGIONIERI

DI MIGUEL GOTOR

Fino a prova contraria, se ritorniamo sulla cena «garantista» organizzata l’altra sera da Annalisa Chirico è perché essa ha costituito un «episodio-matrice», in grado di rivelare i bruschi riposizionamenti delle classi dirigenti nazionali attraverso le porte girevoli del potere italiano.

Quel convivio non ha rappresentato soltanto l’eterno riproporsi del vecchio, una cena da «ancien régime» come l’ha definita in modo efficace ma superficiale Alessandro Di Battista, bensì il calcio d’inizio di una nuova partita che sarebbe utile leggere in anticipo e non sottovalutare.

Intendiamoci: davvero non meraviglia che un’associazione privata organizzi una cena per finanziare la propria attività come avviene in tutti i Paesi civili. E neanche stupisce che vi prenda parte, come ospite d’onore, il ministro degli Interni Matteo Salvini, il quale è arrivato tardi e trafelato come tutti gli ospiti d’onore che si rispettino. E neppure sorprende che l’organizzatrice abbia dichiarato di avere conosciuto Salvini perché suo vicino di casa e che ogni tanto mangiano del sushi insieme.

Riteniamo anche che abbia ragione la Chirico, indimenticata autrice del libro Siamo tutti puttane, quando spiega che al Paese reale di queste cene irreali «non frega un ca**»: esse, infatti, sono soltanto lo spot che tiene in vita il Movimento 5 stelle, una forza politica che ha dimostrato, a suon di voti, di avere qualcosa a che fare con il Paese reale, come i suoi più abili dirigenti sanno bene. Peraltro, secondo lei «lo slogan della serata è più giustizia e più crescita in nome del Pil», che ricorda tanto quel «cchiù pilu per tutti» del sempiterno «Cetto la qualunque» che tra leghisti e pentastellati – se la matematica non è un’opinione – di voti deve averne arraffati parecchi.

Neppure meraviglia che alla serata abbiano partecipato Maria Elena Boschi e Francesco Bonifazi, forse memori di quelle cene a pagamento organizzate dal loro mentore Matteo Renzi, quando assommava la carica di segretario del Pd e di premier. Di quegli appuntamenti «american style» ancora non è dato conoscere, a differenza degli Stati Uniti, l’elenco dei partecipanti, se non che si presentò lo stato maggiore della cupola di «mafia capitale», con il cappello in mano e i suoi «do ut des» all’amatriciana, come avremmo appreso un paio di inchieste dopo. Per giustificare la sua presenza dell’altra sera, la Boschi ha dichiarato: «io sono contraria all’accordo con i 5 stelle, ma anche all’accordo con la Lega», offrendo una sorta di certificato di garanzia, rilasciato dalla premiata ditta produttrice di «pop-corn», il «Giglio magico di Firenze», che consentirà, se testardamente applicata, al Partito democratico di restare fuori dai giochi politici per i prossimi dieci anni o quasi. O, più realisticamente, permetterà ai renziani doc di fare l’ala sinistra della nuova configurazione di destra che si intravede all’orizzonte, un po’ come l’«ala verdiniana» fece con loro perché, in certi ambienti, determinati favori si ricambiano sempre.

E ancora: non stupisce la presenza del ghigno sempre rassicurante di Edward Luttwak (oppure era Guzzanti o Crozza?) il quale ha sostenuto che in Italia «la giustizia civile è cri-mí-no-gena perché se rubi un asino sei ancora a processo dodici anni dopo», autore nel 1969 di un «manuale pratico» – ipse dixit – intitolato «Tecnica del colpo di Stato»; magari mancava il suo «gemello diverso» Michael Ledeen, ma basterà attendere la prossima cena.

E infine, davvero non meraviglia il famelico accorrere del generone romano, l’antico popolo dei boiardi di Stato, il facoltoso mondo dei liberi professionisti e degli imprenditori della capitale e non solo, insieme con qualche grembiulino sparso qua e là: così va il potere italiano e così funziona da qualche millennio quello romano, che della nazione è specchio e metafora. La città eterna, infatti, possiede l’innata capacità di adattarsi all’arrivo di sempre nuovi barbari; un’attitudine appena superiore a quella dimostrata dai barbari, dal generale Stilicone in poi, nel sapersi acconciare ai suoi smaliziati e decadenti costumi, ponendosi al servizio di quell’imperium che, dopo avergli spolpato l’anima, li risputa via come un nocciolo di «persica» o «spaccarella» qualsiasi.

Piuttosto, ben altro ha suscitato meraviglia, senza indignazione, sia chiaro, perché, ormai, se ne sono viste, lette e studiate tante. Ci riferiamo alla presenza di alcuni procuratori capo di importanti città italiane e di un certo numero di magistrati. È vero, la cena aveva all’ordine del giorno un tema serio come il garantismo, ma siamo lo stesso rimasti impressionati da quell’anomalo schieramento togato. Infatti, anche l’ultimo dei pretori sa che le carceri italiane straboccano di immigrati e di tossicodipendenti e quindi è abituato a prendere le distanze dalle forme pelose di un garantismo classista e dall’alto, forte con i deboli e debole con i forti. Peraltro, ben personificato dal ministro Salvini, che ignora gli ultimi e i disperati, anzi se ne serve in modo cinico e impietoso per alimentare il proprio consenso, ma poi rivendica le garanzie per i potenti della scala sociale che accorrono pure a baciargli la pantofola. Che ciò non lo pensi Flavio Briatore non stupisce, ma che un alto magistrato non si ponga il problema, tra un flûte di champagne e una tartina, duole e preoccupa: ci sono certi mestieri e certe funzioni che, se si smarrisce il senso del proprio ruolo e dell’opportunità sociale in cui esso è esibito, si è già perduto molto senza neppure accorgersene.

Il nodo politico, tuttavia, è soprattutto un altro: interi pezzi delle classi dirigenti italiane, post-berlusconiane, post-montiane e post-renziane, e del mondo imprenditoriale nazionale ormai guardano a Salvini come al nuovo protagonista della «democrazia del personaggio» di oggi. La perfetta fusione tra «il giovane Berlusconi che fu», quello dei «lacci e lacciuoli» (ricordate?), e «il Renzi evaporato», quello della «rottamazione» (ricordate?), che tutti o quasi applaudirono perché sapevano che stava corrodendo, dall’interno, il fusto – in verità già ammalato – della sinistra italiana come solo certe termiti sanno fare, che tanto la destra ne avrebbe raccolti poi i frutti, come puntualmente è avvenuto.

Questa nuova sedimentazione del potere, dopo le elezioni europee, sceglierà i tempi, i modi e le forme per manifestarsi, certamente facilitata da due enormi problemi. Il primo è la palese insufficienza e inadeguatezza del Movimento 5 stelle, in versione Luigi Di Maio, nel contrastare l’energia di questo processo. Il secondo è che la sinistra e il centrosinistra italiano non sono mai stati, forse dal 1921 in poi, così deboli, disarticolati, incapaci di individuare il vero avversario e privi di prospettiva politica come in questa fase.

Sta arrivando, anzi è già arrivata, una nuova destra, che in realtà è la destra di sempre, la quale, come suo solito, quando è in salute, ha l’energia per presentarsi con abiti freschi e privi di memoria. Questa destra italiana, quando riesce a saldarsi con gli ambienti sociali moderati e i ceti professionali e imprenditoriali presenti alla cena dell’altra sera ha il brutto vizio di non fare prigionieri. Sarebbe bene ricordarlo, tenere gli occhi aperti e regolarsi di conseguenza, prima che sia troppo tardi. Fino a prova contraria.