PROPENSITA’ NON SI DICE. SI DICE PROPENSIONE

DI EMILIO RADICE

“Propensità”. Quando il sottosegretario all’Istruzione Lorenzo Fioramonti l’ha pronunciata Lilli Gruber non ha fatto una piega. La parola è rotolata via graffiando le estenuate pareti della nostra lingua, nulla potendo la conduttrice intimidita – io penso – dalla perentoria intimazione pronunciata da Di Maio il giorno prima, quello della nomina di Lino Banfi all’Onu: basta con i laureati, basta con i dottoroni. Eppure anche “propensità” potrebbe essere un picciuolo (per gli elettori M5S: picciuolo o picciolo, ovvero peduncolo, parte legnosa che sostiene una foglia o un frutto) a cui sta attaccata la pera di tutto un resto in peggio. Perché di giorno in giorno si condensa, favorita dal bombardamento (dis)informativo, l’abitudine a quel che avviene a portata dei nostri occhi e orecchie.
Siede Napoleone con l’ultima gualdrappa e il labbro birroso al tavolo della telecamerina amica. Ancora, ma non sempre, in grado di respingere la tentazione di Bokassa alla corona (solo per il colore della pelle, altrimenti…), medita di come stupire il Mondo un’altra ancora. E noi, come per “propensità”, se prima ci bastava un morto in mare per avere un colpo al cuore oggi non ce ne bastano più nemmeno 117.
Allora forse, sì, “propensità” è l’origine del tutto, la dilatazione di una libertà che porta a nessuna reazione, a una anestesia, come l’altra sera in prima serata su Rai2, quando Marlon Brando ordina a Maria Schneider di tagliarsi le unghie di un paio di dita e di ficcargliele nel culo. Voglio uno che protesti, voglio uno con cui ragionevolmente litigare, con cui avere idee diverse, voglio difendere Ultimo tango come un prodotto di cultura e non come libertà su misura di Freccero. E, fino all’ultimo, voglio qualcuno che prenda il coraggio e dica: “Scusi, propensità non si dice, già esiste propensione…”. E’ il picciuolo che tiene tutta la pera.