RIPARTE L’«ALZHEIMER FEST», CHE UNA PICCOLA FOLLIA DI MIA MADRE MALATA M’INSEGNÓ AD AMARE

DI FlAVIO PAGANO

È stato appena annunciato che la terza edizione dell’Alzheimer Fest, geniale manifestazione ideata dal giornalista Michele Farina con il supporto scientifico del professor Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, si svolgerà a Treviso dal 13 al 15 settembre.
Nato sull’onda del più spericolato entusiasmo, e sopravvissuto fra mille difficoltà, l’Alzheimer Fest è ormai una realtà, e rappresenta l’appuntamento più atteso dal popolo delle persone colpite da demenza. Sia chiaro: se diciamo «popolo», è perché i numeri sono davvero quelli di una piccola nazione. In Italia infatti i malati sono ormai 1.200.000 e, considerando le famiglie (sulle quali, nella latitanza incresciosa dello Stato, ricade quasi l’intero onere dell’assistenza), il numero delle persone coinvolte si quadruplica.
L’obiettivo dell’evento è, sin dall’esordio, semplice e chiaro: dimostrare, in un mondo che sempre più sinnamora dei muri, che l’unica vera barriera fra i cosiddetti sani e i cosiddetti folli, è la follia dei sani.
Ma quale sia il vero spirito di questa «festa dell’Alzheimer» (espressione che suona come una clamorosa contraddizione in termini), e perché sia così importante, non so se l’avrei mai capito, se a insegnarmelo non fosse stata mia madre.
Quando le parlai della prima edizione, aveva già l’Alzheimer da anni.
«Sai mamma», le dissi, mentre se ne stava seduta sulla poltrona dove passava le giornate, così sprofondata in se stessa che sembrava impossibile potesse riemergere, «stanno organizzando una festa stupenda! È dedicata proprio alle persone con i capelli bianchi come te. Che bello sarebbe poterci andare, non è vero?»
Mia madre non era certo nelle condizioni fisiche di affrontare un viaggio, e io mi ero già pentito di avergliene parlato inutilmente, quando tutta un tratto alzò la testa, mi guardò e, facendomi uno di quei suoi sorrisi un po’ folli, ma sempre sinceri, esclamò: «Ah, Peppino, como sono contenta che sei venuto pure tu!»
Peppino era mio padre, morto da vent’anni. Ci confondeva spesso.
«In che senso?», domandai: «Dov’è che sono venuto pure io?»
E lei, parlando tutto d’un fiato come i bambini, rispose: «Ma… alla festa! Io sto qua da ieri e non sai come sono contenta che sei riuscito a venire pure tu, perché altrimenti non me la godevo…»
Altro che il teletrasporto di Star Trek! All’Alzheimer Fest mia madre c’era andata in un lampo, col pensiero.
Dopo rimase in quello stato di intontita felicità per un paio d’ore, ogni tanto mormorando qualcosa tra sé. Ma era tornata in immersione e mi riusciva difficile seguirla…
Finché, quando forse decise che si era divertita abbastanza, con la stessa velocità con cui era andata alla sua festa immaginaria, se ne tornò a casa.
«Sono stanca» mormorò, e io l’aiutai a mettersi a letto: «Sono stanca», ripeté, «però è stata una festa bellissima!»
E poggiando la testa sul cuscino, come sempre le accadeva quando si emozionava, mentre sorrideva le scappò pure una lacrima.