“MADE IN ITALY”: LA NASCITA DELLA MODA ITALIANA NELLA NUOVA FICTION PER MEDIASET

DI COSTANZA OGNIBENI


Sono iniziate a fine Ottobre le riprese di “Made in Italy”, la fiction ambientata nel capoluogo lombardo coprodotta da Taodue e The Family per Mediaset. La serie andrà in onda il prossimo autunno su Canale Cinque e racconterà, attraverso la storia della giovane Irene, la storia della Milano tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, il boom della moda e la nascita del prêt-à-porter.
Luca Lucini (“Tre metri sopra il cielo”; “Oggi Sposi” e “Nemiche per la Pelle”), insieme al regista pubblicitario Ago Panini, dirigeranno un cast d’eccezione, composto dalla giovane modella Greta Ferro al suo debutto come attrice, accanto a nomi come Margherita Buy, Valentina Carnelutti, Raoul Bova, Fiammetta Cicogna, Sergio Albelli, Marco Bocci, Saoul Nanni, Maurizio Lastrico e Giuseppe Cederna.
Le riprese, oltre che a Milano, si sono svolte anche in Marocco e a New York.
La storia, dicevamo, è quella di Irene, figlia di emigrati del Sud, che per mantenersi agli studi risponde all’annuncio della rivista “Appeal”, dove in poco tempo assume un ruolo di prestigio. Presto la giovane promessa vedrà la sua vita cambiare e noi la vedremo trasformarsi insieme al contesto che le ruota attorno, e divenire nel giro di pochi anni internazionale, sfarzoso, dinamico, mondano.
Attraverso un insolito Raoul Bova nei panni di Giorgio Armani e Margherita Buy nei panni della direttrice della famosa rivista di moda, “Made in Italy” racconta un capitolo senz’altro importante della storia dell’Italia. Quella storia che si è costruita intorno a personaggi come la giornalista e scrittrice Anna Piaggi, che con la sua voce influente e suoi vistosi cappelli introduceva per la prima volta il concetto di “vintage”; o la stilista Mila Schön, che disegnava le mise per le amiche dalla società alto-borghese. Ma anche intorno a spot divenuti vere e proprie “icone”, in grado di varare nuovi termini ormai divenuti di uso comune, come “Milano da Bere”: era la réclame dell’amaro Ramazzotti a parlare, che la descriveva come “positiva, ottimista, da vivere, da sognare, da godere”. C’erano i paninari, che si ritrovavano in quel di Piazza San Babila, e con i loro Monclear e le Timberland aprivano le danze alla stagione del consumismo, e poi c’erano i metallari, i dark, i punk e i china, che dalle Colonne di San Lorenzo dichiaravano quotidianamente la loro “guerra fredda” ai paninari.
Era la Milano degli anni Ottanta, la Milano da Bere, appunto, la Milano di Armani e Versace, la Milano dove ancora oggi il fantasma di quel rampantismo, che si pensava tramontato insieme allo scandalo Mani Pulite, si aggira silenzioso, e prende le sembianze, ora di uno stivale lungo e succinto, ora di un drink consumato sulla Terrazza Martini del Duomo21.
È la Milano di quei giorni a essere raccontata, madre della Milano di oggi, dove studenti e lavoratori single in carriera si riversano in cerca di un’opportunità che non tarda a farsi trovare.
E un occhio in più su quella storia, per comprendere meglio la storia di oggi, forse varrà la pena darlo.