IL DOVERE DI PROTEGGERE, GRANDEZZE E MISERIE DELL’INTERVENTISMO

DI ALBERTO BENZONI

Supponiamo, per un attimo, che la crisi venezuelana si fosse verificata nel corso negli anni Novanta. E nel duplice aspetto di uno scontro frontale tra due, diciamo così, fazioni politiche e di un disastro umanitario di grandi proporzioni.
Come avrebbe reagito, allora, la comunità internazionale? Quasi certamente ci sarebbe stata una riunione del Consiglio di Sicurezza. Conclusa, con ogni probabilità, nel duplice segno dell’invio di una missione incaricata di promuovere un accordo tra le parti, internazionalmente garantito e dell’impegno della collettività internazionale per un robusto programma di aiuti economici a sostegno del medesimo. In quella sede nessuno avrebbe potuto pretendere un “pronunciamento” a favore di uno dei due contendenti; basato, oltretutto, su di un giudizio di merito che, se fosse stato fatto proprio dall’organizzazione, avrebbe aperto la stura a una serie di interventi volti al “regime change”, tra l’altro in radicale contrasto con qualsiasi ordine internazionale degno di questo nome. Aggiungo, infine, che questo accordo avrebbe portato, con le successive elezioni, alla caduta del regime di Maduro, mantenendo, però, intatto il ruolo dei suoi numerosi sostenitori all’interno del paese e la legittimità della sua parte politica.
Il meno che si possa dire, a questo punto, è che il “dovere di proteggere”- nelle molteplici forme del “peace keeping (a garantire un’intesa già raggiunta), del “peace enforcing” (a promuoverla, eventualmente con l’uso della forza), dell’interventismo umanitario (modello Somalia) e, infine, dell’interventismo democratico (modello Kosovo, Afghanistan, per tacere dell’Iraq) – è stato, nel corso del tempo, interpretato in un modo che ha tradito i suoi principi ispiratori, sino a diventare una semplice proiezione dei valori e degli interessi americani e, in subordine, occidentali.
Sono così scomparsi progressivamente i suoi assi portanti. Non c’è più il “peace keeping”: perché si tratta di uno strumento a garanzia di accordi; e accordi, guarda caso, non se ne fanno più e da anni. Non c’è più l’interventismo umanitario fine a se stesso; perché è diventato una specie di corollario di quello “democratico”. Non c’è più l’Onu come struttura essenziale di mediazione e di dialogo, oltre che di legittimazione dell’interventismo. Al punto di negare il suo ruolo di legittimazione (Kosovo, Iraq) o di interpretarlo a proprio uso e consumo (Libia). Il tutto, attenzione, accompagnato da un’azione di discredito sempre più esplicita e, direi volgare. Un’azione, peraltro, accompagnata dal rumorosissimo silenzio dei suoi corifei del passato: primi tra tutti per ignominia (quando ci vuole ci vuole), gli ex comunisti italiani. E, ancora, non c’è più l’Europa: un’Europa degli stati che, dopo l’ultimo sussulto del 2003, ha rinunciato a esercitare quel ruolo internazionale di pace che era pure iscritto nel suo Dna, per seguire passivamente la leadership americana.
Si dirà, e con ragione, che questo fallimento è la sorte naturale dei profeti disarmati in un mondo sempre più disordinato e violento. Ed è certamente così (come, nel concreto, l’intervento nel Kosovo fu la conseguenza della passività di Srebrenica). Come è vero che in un mondo in cui tutti i conflitti sono percepiti come a somma zero i sostenitori di un ordine razionale e pacifico sono automaticamente inascoltati.
Pure i profeti, ancorché disarmati, hanno, sempre, il diritto/dovere di parlare. Di rifiutare di schierarsi automaticamente a favore dei Buoni (o presunti tali) nel ( sempre presunto) conflitto tra Bene e Male, in un mondo in cui la nuova guerra fredda, a differenza di quella che abbiamo conosciuto, non conosce né regole né concerto tra le nazioni. E di ricordare agli immemori che la caduta del muro fu percepita e salutata da tutti, noi compresi, non solo e non tanto come vittoria dell’occidente, libero di imporre i suoi valori e i suoi interessi in tutto l’orbe terracqueo, anche con l’uso della forza, ma anche e soprattutto, come apertura verso un ordine internazionale di pace e di collaborazione tra le nazioni. Un sogno? Forse; ma quello che abbiamo oggi è un incubo.
Ma, per chiudere, un piccola osservazione nei confronti del nostro infallibile presidente. La sua ultima esternazione sul Venezuela può apparire una, magari doverosa, banalità, inerente al suo ruolo istituzionale. Ma, in questo caso, è una banalità pericolosa e, in qualsiasi ordine internazionale, oggettivamente eversiva. Perché sancisce il diritto illimitato di ingerenza negli affari interni di qualsiasi paese. Oggi il beneficiario di questa ingerenza è Guaidò. Domani potrebbe esserlo un iraniano, un turco, un serbo, un boliviano o, perché no (l’appetito vien mangiando…) un russo. Incubi, processi alle intenzioni, mi direte: e ve lo concedo senza problemi. Per dire che, quasi certamente, nessuno arriverà a tanto e che non arriveremo a questo inferno; semplicemente che le sue porte sono state aperte.
Sempre a questo proposito, mi verrebbe in mente al Sisi. Ma, ben s’intende, il Nostro è un pilastro dell’ordine internazionale; e Regeni è morto di freddo.