IO SONO PIÙ NERO DI TE

DI FLAVIO FUSI

“Green Book”, “Se la strada potesse parlare” e “Black-k-klansman”: tre film, tre storie di riscatto nero nascondono (bene) la realtà dell’America di oggi: la questione razziale non è risolta. E l’odio trumpiano per i latinos è solo un modo per confondere vittime e carnefici. Con questo articolo, Flavio Fusi inizia a collaborare con Succedeoggi
«Minchia dottore, questa è la sua gente!». Inverno 1962: tra uno scroscio di pioggia e una tempesta di neve, l’italoamericano Tony lip Villalonga, autista tuttofare, accompagna l’eccelso musicista nero Don Shirley (doc) in una rischiosa tournée negli stati razzisti del Sud degli Usa. Le parti sono da subito rovesciate: il bianco è un proletario rozzo e sgarbato, esperto nei mille trucchi della sopravvivenza, il nero è un fine letterato, ricco, snob e omosessuale, sempre in difficoltà nel corpo a corpo con la vita reale. I due si annusano, si detestano, si azzuffano come cani di razze diverse. Poi s’incuriosiscono a vicenda, si scoprono umani e compagni di strada nelle desolate periferie e nei salotti per bene di un’America turpe e bigotta.

Su questa corda tesa procede Green Book, un film (di Peter Farrelly) dai tempi perfetti, con perfetti interpreti, sempre in mirabile equilibrio tra dramma e sorriso, amarezza e sollievo. Il pubblico in sala apprezza, partecipa, ride, trattiene il fiato, applaude sui titoli di coda.

Trionfo in Italia, trionfo in Europa, successo con qualche notevole incrinatura negli Stati Uniti, che in materia di conflitto razziale sono notoriamente un Paese assai esperto e dunque molto più esigente. Così un critico autorevole come Anthony Oliver Scott può titolare il suo pezzo sul New York Times: «Lungo viaggio attraverso una terra di luoghi comuni razziali», e definire la prova d’attore di Viggo Mortensen una «caricatura italo-americana».

Ma i critici amano incrociare le lame, e dunque in contrappasso ecco il giudizio entusiastico di Ann Hornaday sul Washington post: «Qui non c’è alcun razzista dal cuore d’oro redento da un nero troppo buono per essere vero. Non c’è alcuna redenzione, qui, ma solo uno spazio riconquistato di mutuo rispetto e umanità. Il grande successo di questo film risiede nella sua modestia».

E, dunque, una preziosa modestia. Come invece non è modesto, ma dichiaratamente militante, un altro film a tema razziale: Se la strada potesse parlare di Barry Jenkins, tratto da un noto libro di James Baldwin e ambientato nelle nerissime strade di Harlem degli anni Settanta. I neri, niggers, riempiono qui lo spazio scenico, quasi un palco teatrale, e i pochi bianchi si muovono sullo sfondo come ombre pallide e minacciose.

E ancora: non modesto né militante, ma volutamente leggero, è Black-k-klansman (nella foto), del grande Spike Lee, uscito qualche mese fa. Un noir di neri: la storia molto movimentata e istrionica del primo poliziotto nero di Colorado Spring, nei fantastici anni Settanta.

Un elemento unisce le tre diversissime prove d’autore: i registi scelgono di far vivere i loro personaggi in un passato ormai remoto, tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta. E le tre storie di riscatto (perché di questo si tratta) della parte nera della società americana sono descritte come primi atti eroici di una lunga vicenda di liberazione. Un come eravamo che lascia intravedere la sofferta vittoria finale.

Non è andata così: il grande Paese non ha riservato ai suoi cittadini neri alcun lieto fine, ma piuttosto un amaro risveglio dal sogno di Martin Luther King. Si scava, dunque, nel passato, ma pochi si azzardano – e non parlo solo di cinema – a raccontare qui e ora la questione razziale in America, perché il tema è troppo incandescente e doloroso. Se la narrazione letteraria ritaglia le sue storie in un mitico passato, la descrizione del presente è dunque tutta affidata alla nuda cronaca.

Ci vogliono libri scandalosi come il recente The beautiful struggle del giornalista nero Ta-Nehisi Coates, che descrive così la sua giovinezza: «Essere neri a Baltimora significava essere nudi di fronte agli elementi del mondo». E ci vogliono denunce come quella – alcuni anni fa – della comunità nera di Cincinnati, inorridita di fronte ai ragazzi freddati per strada da agenti bianchi dal grilletto facile: «Questo sembrava il posto ideale per far crescere i nostri figli. Ora non più: noi, tutti noi, siamo una città che ha paura di guardare in faccia il suo vero problema. E il suo vero problema è il disprezzo razziale». E ancora Coates mostra – e documenta – la fondata percezione della parte nera della società di essere costantemente in pericolo di vita nell’America di oggi: «La ferita non è nata con pelle più scura, labbra più piene, naso più largo, ma con tutto ciò che gli è stato costruito intorno».

Nell’America di Trump questo è particolarmente vero. I neri sono figli di un’invasione forzata di cui si è persa la memoria. Sepolta la loro epopea sotto un sudario di conformismo e ipocrisia, la narrazione nera è stata definitivamente sostituita dalla violenta narrazione dell’invasione dei latinos, le masse diseredate che muovono verso il sogno bianco dal Sud del continente.

Il 1° dicembre del 1955 Rosa Parks rifiutò di cedere il suo posto sull’autobus a un passeggero bianco. Il suo gesto di disobbedienza diede il via alla stagione dei diritti civili. Oggi, a bordo della grande corriera americana, i figli e i nipoti di Rosa Parks si affollano, spesso in piedi, negli ultimi sedili. Per non dare scandalo alle prime file e per non disturbare il manovratore di turno.