NINO D’ANGELO, IL SUO CUORE NELLA MUSICA E NELLA VITA

DI CHIARA FARIGU

C’è un ricordo che mi lega a Nino D’Angelo. Rivederlo ieri, sul palco dell’Ariston, mi ha riportata indietro di una ventina di anni fa. Non ricordo l’anno con precisione ma il giorno sì, mercoledi.

Facevo il turno pomeridiano a scuola quando bussò alla porta la collaboratrice scolastica:Maè mi devi aiutare, non mi dire di no, ti prego”. Cominciò a parlare, com’era solita fare, prendendola alla larga prima di arrivare al dunque: “Devi scrivere una lettera a ‘C’è posta per te‘. Io non sono ‘bbona’, tu sì. Domenica è il compleanno di Alessandro (il figlio disabile al quale tutte noi, a scuola, eravamo particolarmente affezionate) e io vorrei fargli conoscere Nino D’Angelo che lui adora”. La guardai con un certo disagio, convinta com’ero che quelle trasmissioni sono fatte a tavolino con storie inventate di sana pianta. Ma lei fu così convincente che non seppi dirle di no.

Arrivata a casa preparai una lettera strappalacrime alla quale non si poteva dire di no. Vincenza il giorno dopo singhiozzò a lungo nel leggerla e mi inondò di baci. Terminato il turno la mandò via fax al numero indicato dalla redazione. Quale meraviglia il giorno dopo quando arrivò a scuola e mi disse: ‘mi hanno chiamata. Sabato porto Alessandro da Maria de Filippi. Maè mi hai fatto il regalo più bello della vita mia. Viene una macchina a prenderci, fanno tutto loro e tu che non ci credevi…”.

Quel sabato Vincenza, illuminata dalle luci dello studio era irriconoscibile. Tirata a lucido dal trucco e parrucco di Mediaset, con un vestito elegante, prestato dalla sartoria, accanto al suo ragazzo mentre Maria leggeva quel testo scritto da me solo qualche sera prima.

Nino D’Angelo fu semplicemente stupendo: riempì di regali Alessandro compreso un biglietto, per lui e familiari, per il concerto in programma a Roma a poche settimane di distanza. Ma fu la dolcezza del cantante a colpirmi. Parole semplice ma capaci di arrivare dritte al cuore. Forse perché conosceva bene la sofferenza. Lui, figlio di gente povera, sapeva che significa arrancare. Sapeva che vuol dire avere il frigo vuoto con la pancia che borbotta e chiede di essere riempita. Sapeva che vuol dire la malattia, la disabilità, il dolore. Lo sapeva e non lo ha mai dimenticato neanche quando il successo è arrivato, sconvolgente e inaspettato.

E lì su quella grande poltrona, con quella busta ancora chiusa, ascoltava, con gli occhi umidi, quanto amore le sue canzoni riuscissero a regalare ad un ragazzo capace solo di sorridere dinanzi alla sua voce.

Tutto questo è tornato a galla ieri sera nel rivederlo. Un po’ ingrassato, coi capelli radi, ma sono certa, col cuore di sempre.

L'immagine può contenere: 2 persone, persone in piedi e vestito elegante