DISCORSO ALLA NAZIONE. TRUMP ATTACCA IL SOCIALISTA MADURO MA PENSA A SANDERS

DI ALBERTO TAROZZI

Per chi si chiedesse quale sia la finalità dei “Discorsi alla nazione” che periodicamente gli inquilini della Casa Bianca rivolgono agli statunitensi tutti, una delle possibili risposte è sicuramente quella di passare alla storia.

A volte è un passaggio più che giustificato dallo spirito dei tempi e dalla gravità del momento. Altre volte invece sta a indicare l’utilizzo di una passerella di rilievo per dare una lustratina all’immagine di chi si esibisce nella performance.

Venendo ad oggi si può quindi ben dire che, nella notte tra martedì e mercoledì, Donald Trump ha tentato di passare alla storia a modo suo, senza tradire l’immagine che si era dato in questi ultimi anni, preelettorali e di governo. Dapprima il proclamarsi erede della storia di un grande paese, dallo sbarco in Normandia, a quello sulla luna, fino ad arrivare alla fase attuale di crescita economica. Poi l’elenco della cose da fare, in politica interna così come internazionale, a dimostrazione che c’è un grande passato su cui costruire un futuro altrettanto grande. Naturalmente, il tutto condito dall’enfasi su di un paese unito da comuni ideali che si incarnano nel bene comune a prescindere dai conflitti in corso. Sullo sfondo la sua figura di imprenditore edile che si proietta sulle cose da fare, che paiono lo slogan di un’impresa di costruzioni: ponti e muri.

I ponti, metaforicamente offerti alle opposizioni, a partire da qualche obiettivo comune,  qualcosa di condivisibile, come le spese in infrastrutture (imprenditore anche in questo caso) e la lotta contro le epidemie da oppiacei.

Il muro, molto più concreto e in corso d’opera, per bloccare l’invasione dei migranti dal Messico con le misure forti, consolidando il vecchio progetto dell’amministrazione democratica con un imponente schieramento delle forze di polizia e con uno sbarramento materiale che, secondo lui, dovrebbe risultare impenetrabile. Una vertenza ancora in atto con un Congresso a maggioranza dem, temporaneamente sospeso per non mandare a rotoli il funzionamento dell’amministrazione pubblica, ma che dovrebbe riaprirsi dopo una tregua che si concluderà il 15 febbraio.

Altri ancora, gli elementi di divisione apparentementemente insanabili come la proposta di una legge antiaborto che ha suscitato l’indignazione di una platea di parlamentari donne tutte vestite di bianco. Poco conta che Donald abbia ricevuto una rituale standing ovation quando ha fatto riferimento al numero record delle parlamentari. I maligni hanno sottolineato che esso è dovuto anche alla mobilitazione dell’altra metà del cielo di fronte agli atteggiamenti sessisti del presidente. Inoltre colei che per qualche verso rappresenta un concentrato di quanto sia inviso a Trump, vale a dire Nancy Pelosi, donna, dem e speaker del Congresso, si è esibita in un sarcastico applauso all’indirizzo del discorso del presidente. Un gesto che ha goduto del massimo numero di foto e di clic a eternare il senso della giornata.

Peraltro, pochi giorni prima del suo pontificale, Trump aveva creato le premesse del clima in cui tenere il discorso, definendo un probabile candidato dem alla presidenza come Joe Biden uno stupido e il rappresentante dei dem al senato, Schumer come un figlio di puttana. In questo quadro vanno collocate anche le mancate congratulazioni alla Pelosi per la nomina a speaker del Congresso. Nancy evidentemente non ha gradito.

Sullo sfondo qualcuno ha inteso vedere la regia della potentissima Chiesa evangelica, una vera e propria lobby che pare influenzare la politica statunitense e latinoamericana. Sarebbe infatti questa la lobby che ha sostenuto in Brasile Bolsonaro e che sta tessendo le fila di una ricollocazione delle due Americhe sul fronte di una più stretta alleanza con l’attuale amministrazione Usa.

A tale proposito non si può fare a meno di accennare ai riferimenti alla politica internazionale, contenuti nel discorso.

Conferme del preannunciato ritiro da Siria e Afghanistan, senza troppo dilungarsi sui tempi a proposito dei quali anche tra i repubblicani si riscontra una certa allergia. Conferma di un prossimo incontro con Kim in Vietnam.

Ma è soprattutto sul Venezuela che ci si attendevano dichiarazioni rilevanti. Qui una parziale piccola sorpresa. Dopo aver liquidato abbastanza brevemente il capitolo diritti umani come giustificazione di un progetto di golpe bianco che potrebbe preludere ad un intervento militare concordato con la Colombia, Donald è rapidamente giunto al punto cui maggiormente teneva. Maduro è sì brutale, antidemocratico e via discorrendo. Ma è soprattutto “SOCIALISTA”. E gli Usa devono combattere il socialismo che pare infiltrarsi nelle preferenze di molti votanti statunitensi. Qui le telecamere hanno inquadrato il buon Sanders che, a suo tempo, aveva timidamente collocato il termine “socialista” tra le sue visioni del mondo, alludendo a scelte di programma che in Europa avremmo definito riformiste o al più socialdemocratiche.

Donald ha così mostrato la sintesi del suo progetto, che coniuga politica interna e politica estera. Combattere preventivamente qualsiasi ipotesi di socialismo sul piano internazionale per creare un muro, questa volta ideologico, contro qualsiasi proposta di riforma sociale che lo possa infastidire sul piano interno.

E’ anche su questo piano, petrolio a parte, che Trump intende giocarsi la partita venezuelana, nonché latinoamericana. Ce lo aveva già preannunciato in settembre “Tutte le nazioni della terra debbono rifiutare il socialismo”. Magari un leader europeo socialista  come Pedro Sanchez, che si è schierato entusiasticamente con Trump a favore di Guaidò, potrebbe ricavare qualche elemento utile per riflettere sulla strategia di politica internazionale alla quale ha dato esplicito appoggio