E’ UN’ITALIA CHE NON RIPARTE, L’UE TAGLIA LE STIME SUL PIL: 0,2%

DI VIRGINIA MURRU

 

Più o meno un incubo le stime sulla crescita dell’economia italiana, a vedere positivo e a difendere la  manovra come una roccaforte, è rimasto il Governo, tutti gli altri Organismi internazionali, sono scettici .

Così , una dopo l’altra, arrivano le previsioni di crescita, e purtroppo nessuno riesce a scorgere un po’ di ottimismo, le stime, compresa quella della Commissione europea, tendono al ribasso.

Non s’intravede nell’immediato futuro, nel  breve periodo, la scossa decisiva per una ripartenza, e, ironia della sorte, gli imputati principali di questo procedere da gambero, sono proprio le misure che l’esecutivo ha sempre presentato come fiori all’occhiello della legge di Bilancio: “quota 100” e “reddito di cittadinanza”. Imputati principali, secondo le analisi di analisti ed esperti, della foschia che si presenta fitta nell’incerto corso del 2019. Insomma, un passo avanti e dieci dietro.

Intanto, la Commissione europea ha provveduto  a tagliare ancora le stime, portandole allo 0,2%, ossia prossime allo zero.  Un bel passo indietro, esattamene di un punto percentuale  rispetto a novembre 2018. Ma la Commissione non è certo la sola ad esprimere pessimismo e poca fiducia, c’è anche l’ultima Nota concernente la congiuntura espressa dall’Ufficio parlamentare di Bilancio, il quale attesta che la crescita (ovvero il Pil), sarà per il 2019 dello 0,4%.

Positive invece le previsioni per il 2020, si stima che il Pil aumenterà dello 0,8%, il doppio di quella appena formulata. Le stime non incorporano l’attivazione delle clausole di salvaguardia  Iva. Un atto di scelleratezza degli ultimi governi, una ‘strategia del disimpegno’ che dovrà tuttavia arrivare al suo naturale epilogo. Realtà che si rimanda dal 2011, ma è uno spettro dal quale non si potrà prescindere a lungo, anche perché il prezzo è piuttosto salato.

L’Ufficio parlamentare di Bilancio sottolinea che i rischi sono comunque rivolti al ribasso.

L’Ocse, a novembre scorso, prevedeva una flessione: dall’1,1% riduceva il ‘rating’ allo 0,9%. Più o meno sulla stessa linea di Confindustria tre mesi fa. L’Istat, sempre nell’ultimo trimestre 2018, era invece la più ottimista, stimava una crescita dell’1,3%.

Sono arrivate poi a fine anno, le previsioni di Bankitalia, che avevano peraltro suscitato il rigetto e le critiche dei due vicepremier, perché aveva ipotizzato per l’anno in corso una crescita non superiore allo 0,6%, ma tant’è: i tecnici della Banca Centrale non avevano la bruma negli occhi.

Sembra di non intravedere la fine nella virata della politica economica dell’attuale Governo, che si  era presentata, sia in campagna elettorale, sia dopo la vittoria della coalizione giallo-verde, con le caratteristiche di una svolta epocale. E invece sembrano proprio questi azzardi a destabilizzare gli equilibri e anche quei fondamentali dell’economia, che l’esecutiva continua a ritenere solidi.

Potrebbe essere un eccesso di pessimismo, e magari si sta giudicando troppo presto, si dovrebbe forse attendere almeno un anno, per capire se gli interventi che  sbloccherebbero in teoria la crescita, sono realmente quelli giusti, che incrementano i consumi, favoriscono l’occupazione, aumentano il livello della produzione industriale, che ormai sta risentendo di tanti fattori congiunturali negativi, e stenta a ripartire. Potrebbe.

E’ l’Fmi ad affermare che proprio le due misure cardine della manovra ‘disincentivano il mercato del lavoro’.  Nel suo rapporto annuale ritiene quota cento e reddito di cittadinanza due nodi che non facilitano lo sviluppo, anzi lo ostacolano.  Secondo l’Fmi è necessario “ridurre le tasse sul lavoro e incentivare le riforme strutturali per favorire la produttività. Attenzione al debito pubblico, altra spina sul fianco della manovra. E’ la fragilità strutturale a bloccare il progresso nella crescita e non è possibile abbassare la guardia sull’evoluzione dei dati riguardanti il debito pubblico”.

Il vicepremier Matteo Salvini scuote le spalle e non prende sul serio le previsioni negative che arrivano come tuoni sull’operato dell’esecutivo. In un’intervista concessa a Radio 1, dichiara: “non hanno mai azzeccato con le stime negli ultimi dieci anni, se si incentiva il portafogli degli italiani con 20 miliardi di euro, com’è che l’economia anziché andare avanti tornerebbe indietro?”

Per il vicepremier e leader della Lega, queste stime sarebbero fuori da ogni logica.  Secondo gli intendimenti dell’esecutivo, in spiccioli, si agisce in certo qual modo come gli interventi di politica monetaria della Bce, che per aiutare l’economia in difficoltà dell’area euro, nel 2015, tramite il Qe, ha riversato liquidità nel sistema, per mettere in moto, in un processo a catena, i motori della crescita. Creando movimenti positivi nei consumi, nel credito, nella produzione industriale, occupazione. Insomma, mirando ad una ripresa in grande stile dei dati macro, realtà che in effetti si è verificata, dato che, per 5/6 anni, l’economia dell’Eurozona è cresciuta quasi al passo di quella globale.

Certo le due manovre cardine del Governo, quota cento e reddito di cittadinanza, nonostante siano state concepite proprio per “iniettare” energia nel sistema, potrebbero non essere così efficaci, la congiuntura sul piano globale è peraltro diversa rispetto agli anni scorsi, è in atto una contrazione del Pil, anche per l’economia più solida al momento, quella cinese.

E’ una politica economica che si muove su uno sfondo di notevole incertezza, in primis sul piano internazionale, e verso le influenze provenienti da questo quadro di confronto, nessuno può ritenersi ‘immune’. Il rallentamento dell’economia globale è stato certificato dalle due maggiori Banche Centrali dei Paesi occidentali, Bce e Fed. Jerome Powell, attuale governatore della Fed, ha deciso di cambiare le strategie sui tassi d’interesse, gli aumenti saranno meno incisivi di quelli che erano previsti per il corrente anno.

Nemmeno l’economia degli States può vantare un’”autarchia” tale da considerarsi fuori dalle intemperie provenienti dagli orizzonti del sistema globale. Per l’Italia però, i solchi si tracciano su un terreno che al momento presenta un grado di fertilità piuttosto ridotto, le spinte sovraniste su cui si basano le fondamenta della manovra finanziaria, restano ancora un deterrente, e comunque la validità di questa politica è ancora da dimostrare.