“LE NOSTRE BATTAGLIE” O LA CLASSE OPERAIA AI TEMPI DI AMAZON

DI MICHELE ANSELMI

Il “Premio Cipputi” ricevuto all’ultimo Torino Film Festival ci sta tutto. Se non fosse per il cinema francese, la classe operaia sarebbe espunta completamente dai film che si vedono in giro. La controprova viene da “Le nostre battaglie” del franco-belga Guillaume Senez, nelle sale dal 7 febbraio per meritoria iniziativa di Parthénos.
Francamente non so in quanti andranno a vederlo, anche il recente “In guerra” di Stéphane Brizé, ancorché benedetto da premi e critica, non è stato un successo; e certo l’aria che tira da noi, all’insegna di un’insinuante recessione economica nonostante le rutilanti promesse del governo giallo-verde, poco invita alla visione di storie cupe, a sfondo operaio, dove i personaggi faticano a condurre un’esistenza decente.
“Le nostre battaglie” è un titolo altamente simbolico, forse sin troppo, ma buono per inquadrare il contesto nel quale si muove il caporeparto Olivier, che lavora da anni in un’azienda tipo Amazon, tra enormi scaffali ripieni di merci e turni massacranti per gli addetti. Un operaio 54enne, considerato “lento”, s’è appena tagliato le vene, e Olivier si sente in colpa per non avergli detto la verità, qualche giorno prima, in merito al licenziamento già deciso.
Combattivo in fabbrica e sempre in prima linea nel difendere i diritti dei lavoratori, Olivier ha anche un altro problema da affrontare. La moglie Laura, bella e premurosa ma lambita da una galoppante depressione, un giorno esce di casa e non si fa più trovare. Dov’è andata? Perché è scappata? Si poteva prevederlo?
E qui parte la seconda “battaglia”, quella che Olivier deve condurre per tenere insieme la famiglia senza crollare egli stesso sotto il peso della pressione: la piccola Rose si fa la pipì addosso e non parla più; il più grandicello Elliot è reduce da un intervento chirurgico e c’è una cicatrice da medicare con delle pomate.
Il film ha un andamento lento, realistico, senza cedimenti al melodramma, e naturalmente sta emotivamente addosso al povero caporeparto, sempre vestito con quel giubbetto jeans dal collo di pelo, deciso a rassicurare tutti, a non sbarellare, ma in fondo piegato nell’intimo da un gesto – la fuga della moglie – di cui non capisce l’origine.
“Le nostre battaglie” si chiude con un mezzo lieto fine da non svelare, il che introduce una nota di speranza in questa storia certo poco allegra che pesca in una condizione operaia diffusa un po’ dappertutto oggi in Europa, e cioè in bilico tra nuova alienazione, senso di precarietà, paghe basse e sindacati delegittimati.
Il barbuto e “proletarizzato” Romain Duris, di solito alle prese con personaggi fragili, vanitosi o di taglio letterario, offre al suo Olivier una concretezza popolare, anche se a tratti vacillante, che fa tutt’uno con il clima generale del film, girato a luce naturale, con pochissima musica, pieno di facce credibili. Ma i fratelli Dardenne, per restare all’universo franco-belga, sono un’altra cosa.