SALVINI, IL PROCESSO CHE NON SI FARA’

DI ALBERTO BENZONI

Molto probabilmente il processo a Salvini non si farà. Scatenando le reazioni indignate di chi l’aveva promosso, nel silenzio imbarazzato, di chi l’aveva avallato, in omaggio a principi e regole tanto più pedissequamente invocati quanto più praticamente smentiti.
Ma non fateci caso. Perché tutti, dico tutti, compresi quelli che si stracciano le vesti a ogni stormir di fronda, erano interessati a che la partita si chiudesse con un nulla di fatto. Il governo perché il sì al processo avrebbe determinato automaticamente la sua caduta e alla vigilia delle europee. Il presidente della Repubblica perché ostile, in linea di principio e – giustamente – in linea di fatto alla convocazione di nuove elezioni; ma, allo stesso tempo, impossibilitato a mettere insieme una qualsivoglia maggioranza parlamentare. Salvini per tutte le ragioni del mondo, compresa l’assoluta necessità di mantenere, a ridosso delle europee, i piedi in due staffe: leggi con i suoi partner contrattuali nel “governo del cambiamento” e, insieme, con i suoi amici politici del centro-destra; per tacere dell’occhio di riguardo di Calenda e di buona parte del Pd, per i quali i grillini restano il Nemico numero uno. Per lo stesso Pd, oggi del tutto incapace di misurarsi politicamente con gli esiti della caduta del governo. E, infine, con lo stesso M5S, fedele, nel nostro caso, al motto di Enrico IV: “Parigi” – leggi la messa in opera del reddito di cittadinanza – “val bene una messa”- leggi la rinuncia ai sacri principi del giustizialismo.
Pure la vicenda Salvini, come tutte le alte vertenze, avvicinano bruscamente il momento della verità:e cioè il momento dello scontro risolutivo tra i due partner: scontro , anzi “serrato confronto” (come si diceva ai tempi della prima repubblica) destinato a concludersi o con la ridefinizione dei termini dell’alleanza, o con la sua rottura.
Ad aprirlo, dopo le elezioni europee, dovrebbero necessariamente essere i grillini. Perché l’accordo concluso a maggio è del tutto anomalo rispetto a tutti i precedenti accordi di coalizione: questi sono costruiti intorno ad un progetto, suscettibile di diverse interpretazioni ma, proprio per questo, aperto agli opportuni aggiustamenti; quello è la giustapposizione di progetti diversi, se non potenzialmente opposti e quindi, alla lunga, impossibili da mediare. Perché il disegno di Salvini, al di là delle sue calcolate intemperanze verbali, è un disegno conservatore mentre quello dei 5S, nel bene e nel male, è sicuramente un disegno di cambiamento, in politica interna e, potenzialmente, anche in politica internazionale: facile, perciò, da porre in atto il primo, assai più arduo e difficoltoso il secondo. E, infine e soprattutto, perché, al dunque, Salvini, potrà sempre contare sull’appoggio di Berlusconi, della stampa e degli industriali e, beninteso del “fronte calendista”; non foss’altro perché quest’ultimo ha, da tempo, individuato nei barbari i 5S. Così come, in caso di rottura, ha già pronta la casa ad accoglierlo con tutti gli onori; mentre resterà al freddo e a battere i denti; e da solo.
A mutare lo scenario potrebbero essere solo le elezioni europee. Vedremo.