CARA CONCITA, TI SCRIVO: QUELLA LEGGE VA CAMBIATA, PER IL BENE DELLA LIBERTÀ

DI LUCA SOLDI

 

 

Cara Concita, ti scrivo, o meglio scrivo di te della tua grande caparbietà, di quella tua indubbia professionalità che ha attraversato questi anni ma che da tempo viene minata da una giustizia che non tiene troppo conto di certe libertà.
Di quel tuo essere giornalista spesso scomoda che rompe quelle consuetudini che in Italia sono dure ad essere scardinate.
A cominciare, non dagli ultimissimi tempi, cara Concita De Gregorio, da quando tu ricevetti il peso e l’onore della direzione del quotidiano l’Unità.
Oggi ci racconti di un accanimento ingiusto ed ingeneroso.
Ci racconti che oggi non ha più un soldo e che il tuo conto corrente è stato bloccato. La ragione è che, quasi dieci anni dopo aver lasciato la direzione proprio di quel grande quotidiano, proprio dell’Unità, un accanimento ingeneroso ti impone di affrontare decine di richieste di risarcimento danni per articoli pubblicati dal quotidiano quando ne eri la direttrice.
Un accanimento ingeneroso, giustificato da qualche cavillo a causa del fatto che questi debiti in realtà non sarebbero tuoi, o almeno direttamente tuoi.
La colpa risalirebbe al fatto dato che l’editore è fallito, scomparso anagraficamente e molti dei giornalisti dell’epoca sono oggi disoccupati o non più rintracciabili, dunque cara Concita saresti tu unica rimasta visibile ad esser costretta a pagare per tutti.
Una vera trappola, una tagliola creata appositamente da leggi antiche con la complicità di una visibilità che ti ha fatto facile obbiettivo dei cercatori di prede.
La vicenda non è affatto nuova ma Concita De Gregorio ha sempre avuto una sorta di pudore nel denunciarla, il calvario che l’ha colpita non è affatto solitario in tanti giornalisti hanno dovuto percorrerlo.
Adesso Concita è uscita allo scoperto, ha trovato la forza di denunciare questo accanimento in un racconto ad un importante media: «Sono otto anni che mi sono messa a disposizione dei tribunali. Non chiedo niente a nessuno: non è una battaglia per me, ma per far sì che quello che mi succede non accada ad altri, ai giovani che fanno questo mestiere».
La soluzione sarebbe mettere finalmente le mani nella superata legge italiana che regola la diffamazione a mezzo stampa, che risale oramai a oltre 70 anni fa.
La storia di De Gregorio inizia oltre dieci anni fa quando nel 2008, quando l’imprenditore e presidente della Sardegna, Renato Soru la chiamò per dirigere lo storico quotidiano di sinistra l’Unità, che aveva appena comprato. De Gregorio ricorda che Soru era considerato una sorta di Steve Jobs italiano, fondatore di Tiscali, una delle principali società italiane di telecomunicazioni, oltre che un politico ambizioso e promettente. All’epoca si era da poco insediato quello che sarebbe diventato l’ultimo governo Berlusconi, e il giornale con la sua direzione si sarebbe avviato verso un periodo di confronto e lotta politica a viso aperto.
Concita, come appunto ricorda il Post, a quel tempo era già un’importante firma di Repubblica, l’offerta non poteva essere che motivo di orgoglio e sfida.
Fu così che divenne la prima donna a dirigere il giornale fondato da Antonio Gramsci. I tre anni successivi furono un periodo di grandi cambiamenti per il giornale, nel formato e nella sua presenza su internet.
Nessuno sconto per i potenti del tempo e le grandi campagne giornalistiche sugli scandali di Berlusconi, caratterizzarono la sua direzione
Prova ne sono l’elenco delle cause civili che De Gregorio deve ancora affrontare: ce ne sono che arrivano da Silvio Berlusconi, da Paolo Berlusconi, da Augusto Minzolini e dalla famiglia Angelucci (gli editori dei quotidiani Libero e il Tempo).

Denunce ed inchieste che hanno come reazione sequele di cause che normalmente vengono coperte dagli editori che garantiscono ai propri direttori ed ai propri giornalisti un ombrello legale adeguato e funzionante che li può difendere a livello professionale ed economico. Concita De Gregorio lasciò l’Unità nel 2011 e tornò a Repubblica, dove da allora ha lavorato da collaboratrice autonoma, ragione per cui lo stipendio le viene pignorato in maniera pressoché completa e non solo per un massimo pari a un quinto del totale, come accade ai lavoratori dipendenti. Intanto la crisi dell’Unità, che aveva già iniziato a manifestarsi negli anni della direzione di De Gregorio, si fece sempre più grave e, di fronte alla decisione di Soru di non investire più nel giornale, nell’estate del 2014 il giornale entrò in concordato preventivo e cessò le pubblicazioni.
Intanto però le cause andarono avanti e neppure la rinascita del quotidiano portò la soluzione a Concita. Si perché quando l’Unita riprese le pubblicazioni nel 2015, sotto la direzione di Erasmo De Angelis, ormai non esisteva più alcun legame con la vecchia storica testata. Ormai la precedente società editrice era sparita e la nuova non poteva essere chiamata in causa per questioni accadute prima della sua nascita.
Dunque per colpa dei tempi lunghissimi della giustizia italiana, nel 2015 e con la “sua” Unità oramai fallita e fuori dai giochi, De Gregorio continuava a essere coinvolta in cause e processi che si riferivano anche a fatti accaduti quattro, cinque, sei, persino sette anni prima, all’epoca della sua direzione.
Adesso Concita oltre ad una denuncia di attenzione per la sua situazione chiede qualche cosa di più
Chiede venga messo mano alla famigerata legge sulla stampa, precisamente la numero 47 del 1948, che richiede, impone che in caso di richiesta danni per diffamazione il giornalista, il direttore e l’editore sono responsabili “in solido” per il risarcimento del danno causato, cioè tutti e tre insieme.
Significa che ognuno dei tre deve pagare una specifica parte del danno (un terzo a testa) ma colui che ha subito il danno si può rivalere per l’intera cifra su ognuno di loro (ad esempio magari perché solo uno dei tre ha risorse sufficienti a ripagare il danno). Chi paga può a sua volta può rivalersi sugli altri per la parte che compete loro. Una trappola quale il più debole, il più visibile come abbiamo visto nel caso di Concita, rimane invischiato fino ad esserne devastato.