CARO STATUTO DEI LAVORATORI…

DI MARINA NERI

 

Anni bui quelli in cui menzionarti era quasi un delitto, un tabù. Quelli in cui lentamente ma inesorabilmente i diritti contenuti dentro di te si assottigliavano sempre di più finendo per scomparire e poi…scomparve il lavoro.

E scomparve al venir meno della dignità del lavoratore, quando il Sindacato forte ancora di numeri, di sostegno e di fiducia, tradì il suo mandato e cambiò i suoi obiettivi: non più la tutela ma il tornaconto personale.

Finirono gli anni delle barricate, degli scioperi, dei picchetti. Finirono quei momenti di lotta e di gloria per conquiste fatte sulla pelle di tutti, pagate con la pelle di tutti.

Finirono gli scioperi senza regola per avere regole sul lavoro, chiamate diritti. Finì la Fame di equità che sapeva tradursi in estenuanti battaglie e trattative dove i mediatori, pur guardandosi in cagnesco, conoscevano il loro valore e il do ut des implicito in ogni compromesso, non era foriero sempre di perdita per il lavoratore.

Finirono nel momento in cui si cominciò a scioperare in orari di ufficio, in cui le norme di autoregolamentazione della sospensione dal lavoro dovettero tradursi nel politicamente corretto e non intralciare la produzione, in ultimo col reato di occupazione di suolo previsto dal decreto sicurezza.

Finirono nel momento in cui il sindacalista giocò a tennis con l’imprenditore e il cashmere alletto’ il guerriero facendolo divenire dandy.

Caro Statuto dei Lavoratori, denigrato, additato, stuprato, svuotato. Che rabbia avrai provato quando ti strapparono con violenza l’art. 18. Dissero che era per incentivare il lavoro.

Ma il lavoro emigrò altrove, come altri tuoi articoli sepolti sotto la sabbia del tempo divenuta polvere di oblio.

Tu parlavi agli uomini di diritto alla retribuzione, all’orario di lavoro, di necessità delle ferie e dei permessi. Tu celebravi l’impegno, evidenziavi il valore dell’investimento e dell’aggiornamento.

Urlavi la libertà e l’uguaglianza nel rispetto delle regole.

Poi logorarono le contrattazioni, svilirono il tempo indeterminato che divenne determinato e, infine, precario.

E, nell’incertezza del jobs act, dei voucher , del precariato senza futuro e senza speranza, vedesti morire il mondo in cui eri nato.

Si spegneva come gli sguardi dei giovani reclutati in call center dove tu, caro Statuto dei Lavoratori, non sei di casa, inviso come anacronistico retaggio di un Tempo in cui equità e giustizia si conquistavano a colpi di manganellate e furibonde proteste.

Nel silenzio scemo’ il tuo esistere e nessuno parve accorgersene fino a quando i diritti,ormai, erano un miraggio e i lavoratori avevano solo favori concessi, spesso elargiti a seguito di acquiescenza al ricatto.

E non c’era destra o sinistra, non c’era l’alibi della casacca.

Perché il Lavoro è il fondamento della nostra repubblica, affossarlo è fare un colpo di stato e chi politicamente, giuridicamente ne è stato responsabile dovrebbe essere incriminato per alto tradimento.

Eppure, oggi, caro Statuto dei Lavoratori ti ho visto alzare il capo che da tempo sapevo essere reclinato e rassegnato.

Oggi a Roma ho visto persone sciamare dalle piazze, convergere verso Piazza San Giovanni.

Chi? I tuoi paladini? CGIL, CISL, UIL unite?

Si, è vero, anche altre volte negli anni avevano sfilato,nelle blande manifestazioni contro questo o quel governo, contro un provvedimento piuttosto che un altro.

Ma oggi si respirava un’aria nuova e vecchia al contempo. Nuova perché su quel palco il pathos di Landini ha coinvolto gli astanti. Non parlava il politico. Lottava il lavoratore.

Vecchia perché quella unione ha fatto grande il Sindacato, quella unione ha vinto la scommessa con il mondo datoriale, quella unione ha donato lo Statuto, bibbia per la religione del lavoro.

Caro Statuto dei lavoratori, oggi a Roma ti hanno fatto una iniezione di futuro. Migliaia di persone con inquadratura stavolta dall’alto a riprendere una piazza gremita, festante, desiderosa di riprendersi la Storia.

” In tanti ci chiedono ‘quanti siamo’. Ce ne sono troppi che danno i numeri in questo Paese. Allora diciamo: noi non diamo numeri, contateci voi. E a chi ci governa diciamo, se hanno un briciolo di intelligenza, di ascoltare questa piazza perché noi siamo il cambiamento”.

Questo ha detto il leader della Cgil, Maurizio Landini, dal palco di piazza San Giovanni con la veemenza che lo contraddistingue.

Forse, caro Statuto dei Lavoratori, qualcuno ha deciso che non è giunta ancora l’ora di staccarti la spina.