CHI VUOLE L’ITALIA COME IL VENEZUELA?

DI GIANFRANCO MICALI

 

La scena più significativa de “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo, film che vinse il Leone d’oro a Venezia e l’Oscar a Los Angeles, è quella in cui si confrontano il capo dei rivoltosi , ormai prigioniero, e un comandante dell’OAS. Quest’ultimo rimprovera al primo gli atti di terrorismo, le bombe nascoste nei cestini e posati nei caffè, che fanno strage tra i civili, persino tra donne e bambini. L’altro risponde che l’OAS fa le stesse cose con i bombardamenti indiscriminati dagli aerei e la repressione nelle strade. Quella scena, quel dialogo, quella terribile guerra civile ieri sera mi sono tornati in mente nel sentire a Piazza pulita Giampaolo Pansa definire “terroristi” gli attuali governanti, invocando addirittura i militari al fianco di Mario Monti. Mi sono giustamente preoccupato e interrogato. Conosco da tanto Pansa, che con me è sempre stato una persona gentile, e, professionalmente, uno dei migliori giornalisti italiani con l’abitudine di documentare accuratamente qualsiasi inchiesta e qualsiasi affermazione. Mi sfugge perché ieri sera assomigliasse a quel “leone da tastiera” , così ben interpretato da Maurizio Crozza. Una defaillance capita a chiunque, anche ai migliori, che però dovrebbero sempre valutare l’effetto esercitato dalle proprie parole sui “peggiori”. Definire “terroristi” dei governanti, dei quali non si condivide la linea politica, è molto pericoloso. Instilla l’idea che sia necessario uno “stato d’assedio”, grazie al quale i militari, cioè coloro che hanno le armi, compresi i carrarmati e autoblindo che abbiamo visto nel secolo scorso in tv a Budapest, a Praga, a Pechino, possano usarle per reprimere ogni anelito di libertà. Significa anche che stiamo arrivando a un punto di non ritorno, perché dalle parole ai fatti il passo è spesso brevissimo. Chi pensa che Salvini e Di Maio stiano commettendo errori madornali, e assolutamente non condivisibili, ha una strada soltanto per sconfiggerli o: quella democratica, in libere elezioni. Chi propugna altri metodi sta sognando, incoerentemente, il Venezuela, perché là i militari stanno con Maduro e non con Guaidò, e al di là della tifoseria per l’una o l’altra fazione, sotto quel cielo c’è grande confusione, violenza e povertà.