DIECI ANNI DOPO. LA MIA COETANEA ELUANA ENGLARO

DI LUCA BILLI

Dieci anni fa, il 9 febbraio 2009 moriva Eluana Englaro, o forse dovrei dire moriva definitivamente, perché era dal 18 gennaio 1992 – diciassette anni prima – che Eluana viveva in stato vegetativo, senza la possibilità di comunicare o di interagire in alcun modo con l’ambiente che la circondava. Eluana non si è mai svegliata dopo quel tragico incidente e nessuno di noi saprà mai cosa c’è stato nel suo cervello e nella sua anima in quei lunghissimi diciassette anni. O se qualcosa c’è effettivamente stato. Di fronte a questo mistero dobbiamo avere la modestia e il coraggio di tacere. Modestia e coraggio di cui abbiamo abbondantemente fatto difetto in quell’inverno.
Oggi Eluana sarebbe una donna di 49 anni. Era nata nel 1970: era una nostra coetanea, mia e di Zaira, che siamo nati in quello stesso anno. Ho scoperto questa cosa solo poco tempo fa, perché allora, dieci anni fa, nonostante parlassimo tanto di quella vicenda, parlavamo poco di Eluana. In quei mesi all’opinione pubblica importava assai poco della ragazza in carne e ossa a cui era successo quell’incidente e la cui mente viaggiava in un terreno per noi assolutamente insondabile. Eluana era diventata, suo malgrado, un simbolo, un argomento dello scontro politico, un vessillo da agitare nelle piazze, in un senso e nell’altro. Sul corpo e sulla mente di Eluana si è agitata una battaglia ideologica e una morbosità mediatica di cui fortunatamente la ragazza non ha colto lo squallore.
A dieci anni da quell’anniversario la memoria di Eluana merita prima di tutto silenzio. Per chi crede, Eluana adesso riposa in pace, per chi – come me – non crede, la sua breve storia su questa terra è finita ed Eluana continua a vivere soltanto nel ricordo delle persone che le hanno voluto bene.
Mi preoccupa però che in questi dieci anni nel nostro paese non sia stato fatto nessun passo per affrontare con maggiore serenità un nuovo “caso Englaro”. Se domani una persona si trovasse nuovamente in quelle condizioni patologiche e i suoi familiari si trovassero di fronte a una scelta come quella che ha dovuto assumere Beppino Englaro, ricomincerebbero allo stesso modo le manifestazioni pro e contro, i giornalisti si apposterebbero nuovamente come avvoltoi davanti all’ospedale, i commentatori ricomincerebbero la loro commedia da compagnia di giro, la politica si dividerebbe in favorevoli e contrari. Forse quelle settimane non erano le più adatte ad affrontare il tema, visto il carico emotivo che quella vicenda comprensibilmente si portava dietro, ma dopo che Eluana è morta per la seconda volta, in un paese civile sarebbe dovuto ricominciare un dibattito su questo tema. Questa discussione non c’è stata ed Eluana adesso gode solo del silenzio, ma è come se fosse morta una terza volta, perché il problema che la sua storia ci chiedeva di risolvere non lo abbiamo neppure affrontato.
Il problema lo dovremo affrontare ancora, perché le conquiste della medicina ci porteranno nuovamente a casi come questi, nel paradosso che proprio le nuove scoperte scientifiche ci mettono di fronte a nuovi dubbi, fanno emergere nuove fragilità. Personalmente, se mi succedesse mai una cosa del genere, vorrei che una decisione così complessa non fosse lasciata né ai medici né ai magistrati, ossia a persone che non mi conoscono e che non mi amano. Vorrei che una decisione – qualunque decisione – del genere la prendesse la persona con cui ho deciso di condividere la mia vita e che mi conosce più e meglio degli altri. E che io conosco. Spererei anche che chi prende questa decisione non fosse lasciata sola di fronte a una decisione così complessa. E penso anche che di fronte a una scelta di questo tipo molte convinzioni ideologiche finirebbero per sgretolarsi: credo ad esempio che se fossi io, ateo e laico, a dover decidere, rimanderei il più possibile il momento in cui staccare la spina. Naturalmente so bene che ci sono casi in cui può succedere che la persona a cui accade una cosa del genere non abbia un compagno o una compagna, non abbia dei genitori, non abbia delle persone che possano affrontare in maniera serena e consapevole questa scelta. In questi casi – che sono comunque e fortunatamente molto meno – allora dovrà essere lo stato a decidere, ma si tratta appunto di casi residuali rispetto a una condizione di normalità.
Dateci la possibilità di decidere, fateci esprimere una scelta adesso che possiamo farla; le persone sono molto più mature di come a volte le rappresentiamo, specialmente quando si affrontano questioni di questo genere.