IL CASO ACHILLE LAURO: UNA RIFLESSIONE SU SANREMO E IL GIORNALISMO MUSICALE

DI LUCA MARTINI

È interessante notare che nel momento in cui la notizia dell’ecstasy, della canzone Rolls Royce intitolata come una pasticca, è diventata una news di Striscia la Notizia – che ci ha messo su il cappello e ne ha fatto un tassello della consueta e feroce critica al Festival fatta da Antonio Ricci – è stata cancellata oppure nascosta dagli altri giornali. E non fa particolare notizia neanche oggi il fatto che Matteo Salvini (proprio lui) ha dichiarato che Achille Lauro gli fa schifo.

Comunque sia, la notizia del doppio senso di Rolls Royce era ghiotta non per sollecitare censure ma perché nel Festival del freno a mano tirato (per motivi politici, aziendali, ecc. ecc.) uno dei partecipanti aveva portato una canzone con un doppio senso per lo meno ardito: quasi una beffa, diciamo, in un Paese che ha appena vissuto, a Corinaldo, una vera e propria strage in discoteca con relativo estenuante dibattito mediatico e successivo linciaggio di un rapper trappista, nel caso Sfera Ebbasta.

Ma la notizia, come ha argomentato il giornalista Gigio Rancilio, che per primo ha scritto su FB del caso Lauro, ha un altro aspetto interessante. Scrive infatti Rancilio:

‘I selezionatori di Sanremo e i giornalisti presenti al Festival … del mondo dal quale arriva gente come Achille Lauro non sanno nulla. L’unica cosa che sanno è che «questa è la musica dei gggiovani», quindi serve al Festival per svecchiarsi e ai giornalisti più social per sembrare moderni anche se ormai sono vecchi.
Già, sono vecchi. Proprio come me. Solo che io non mi nascondo, anzi. E se ho lanciato la sveglia alla sala stampa con un post su Facebook è solo perché indago per mestiere ogni giorno la Rete.
Dopo decenni nei quali i ragazzini ascoltavano gli artisti degli anni 70, cioè quelli dei loro padri, o al massimo dei rapper ormai mainstream, nessun adulto (anche quelli impegnati nel mondo dello spettacolo) si aspettava che arrivasse una musica che gli ricordasse a brutto muso che non ha più vent’anni almeno da oltre vent’anni.
Il problema sta tutto qui. Questa generazione – la mia, ma anche quella più giovane – per potere provare a raccontare il mondo degli Achille Lauro ha bisogno di umiltà e di tanto studio. Ha bisogno di farsi aiutare a capire. Cose che a quasi tutti i giornalisti presenti a Sanremo non interessano.
Basta leggere certi articoli apparsi sui quotidiani dedicati al caso Lauro per averne una chiara dimostrazione. Loro sono lì per difendersi (dal non avere capito niente) e per difendere l’apparato (di cui fanno parte come ospiti di radio e tv, votatori di canzoni, amici dei presentatori, dei cantanti, dei comici, degli ospiti, degli autori, dei dirigenti Rai).
Tanto il giornalismo non paga più. Anzi: paga, ma pochissimo. E ormai solo se sei un ricco giornalista in pensione puoi andare al Festival accettando di essere pagato 17 euro ad articolo. Oppure hai un sito tuo e speri che Sanremo lo faccia decollare e per questo spendi in una settimana il poco che guadagni in un anno, accontentandoti alla fine anche solo dei like degli amici ai tuoi selfie con gli artisti…’

Nota a margine (nostra): non vogliamo affatto sostenere che Achille Lauro abbia fatto uno spot all’ecstasy – non è evidentemente questo il senso della canzone, che racconta semmai una trasognata deriva, ed è piuttosto una preghiera maledetta -, più semplicemente, a una lettura basica dei fatti, il marziano Achille Lauro, sbarcato sulla Terra del Festival dal suo sommerso e sconosciuto mondo, ha preso in giro con uno sberleffo tutti quelli che non hanno capito l’allusione.