LIBRO DENUNZIA SCRITTO CON WHATSAPP, COME BOTTIGLIA DAGLI ABISSI

DI MARINA NERI

 

“Se viaggiate in mare verso l’Australia senza un visto, sappiate che non farete mai dell’Australia la vostra casa. Questo vale per tutti: famiglie, bambini, bambini non accompagnati, persone istruite e lavoratori specializzati. Non ci saranno eccezioni”, diceva il generale Campbell, capitano delle operazioni di sorveglianza delle frontiere d’ oltre oceano.
Divenne virale lo slogan in inglese e qualche politico nostrano ne fece piacevolmente un plagio.

Quegli uomini, donne, bambini, curdi, siriani, iraniani, africani, in crociera fra le onde del Pacifico, scoprirono ben presto quanto fossero profetiche quelle parole.

Così l’Australia divenne un’ oasi perfetta, senza ” contaminazioni”

L’arcano fu presto scoperto e, come per l’ Europa e l’hotspot di Moria nell’isola di Lesbo, si rivelò l’immensa ipocrisia dei popoli che, per non vedere, mettono la polvere sotto il tappeto relegando i problemi su isole lontane.

Da tempo, infatti, centri di ” detenzione ” per rifugiati ed immigrati sono stati allestiti nelle isole di Manus e Nauru in pieno Oceano Pacifico.

Luoghi in cui secondo testimonianze rese anche da Medici senza Frontiere e da Amnesty international, vengono sistematicamente violati i diritti umani.

Luoghi in cui si registrano, secondo le testimonianze, casi di autolesionismo, suicidi e tentativi di suicidio da parte di giovani vite.

Sperdute nell’oceano queste isole rendono monadi i loro abitanti e aguzzini il resto del mondo.

Inascoltate le denunzie nei confronti del governo di Camberra.

Fonti ufficiali delle organizzazioni umanitarie affermano che l’iter burocratico per i richiedenti asilo diviene un’epopea temporale, e, anche una volta ottenuto lo status di rifugiato diviene difficilissimo lasciare le isole.

Anche qui, come altrove nei ghetti legalizzati voluti dell’umanità, e’ dato ravvisare condizioni di emarginazione, sopraffazione e sopravvivenza.

Il trasferimento dei migranti in queste due isole del Pacifico fu inaugurato, nel silenzio della comunita’ internazionale, nel 2001 sotto il nome di ” Soluzione Pacifico”.

Ed è dentro questa ” soluzione”, dentro una bolla irreale che da sei anni vive Behrouz Boochani.

Dal 2013 l’uomo, di origini curde, perseguitato quale dissidente politico dalla teocrazia sciita dell’Iran è ospite del rinomatissimo villaggio vacanze su Manus Island, fiorente isola sperduta, ops…amenamente adagiata sull’oceano Pacifico.

Behrouz è uno scrittore, un giornalista, un filmaker, collabora con diversi giornali, ha girato un film col telefonino all’interno del centro di detenzione di Manus, ma, soprattutto, è un rifugiato, uno status che in Australia non gli consente l’ ingresso. Da anni, quindi, è parcheggiato nell’ isoletta di Manus.

Prima ospite della prigione perché reo di avere raggiunto in barca le coste australiane partendo clandestinamente dall’Indonesia, poi ” libero prigioniero” nell’isola.

Ha sempre descritto la vita che lui e gli altri “fortunati crocieristi” conducevano sull’isola essendo ben consapevole dell’importanza della denunzia, della parola e del pericolo che il silenzio e l’oblio rappresentino per la causa degli immigrati.

Sapeva, il curdo, che un popolo muore, che un uomo muore quando il silenzio, quando l’amnesia si impadroniscono persino della memoria di sé.

Sapeva che scrivere è dare voce all’anima, alla sofferenza, alla prigionia di un io e di un corpo.

Ma non voleva rischiare Behrouz.

Ogni lager che si rispetti ha aguzzini pronti a sottrarre ogni elemento da cui un prigioniero possa trovare giovamento. Piegare l’anima e frustrare il corpo. E non c’è un tempo per questo. Non c’ è olocausto nella memoria degli uomini che infieriscono su altri uomini.

Non ha computer, teme la carta e la penna perché possono essergli sottratte. E allora la voglia di scrivere e denunziare al mondo,divenuta prepotente, offre la soluzione: un romanzo autobiografico su WhatsApp.

“No Friend But the Mountains: Writing from Manus Prison” (“Nessun amico a parte le montagne: racconto dalla prigione di Manus”).

Il libro a puntate è stato scritto in lingua farsi, sul telefonino, e inviato ad un amico traduttore.

Quest’ultimo, coadiuvato da un interprete lo ha tradotto in inglese per renderlo fruibile a quante più persone possibile.

È il racconto autobiografico delle ” sue prigioni”, il sentire di un uomo che vive una non vita in cui il principio dell’autodeterminazione è vilipeso e offeso.

Un libro che ha viaggiato nella memoria dell’uomo, ha viaggiato nell’ etere, messaggio dopo messaggio e, come un’ antica bottiglia risalita dagli abissi, ha riportato al mondo l’orrore di prigionie celate, di comodi inganni dei popoli, dell’ ipocrisia del concetto di civiltà.

Il novello Silvio Pellico, descrive le pareti limitate di un mondo in cui la sua libertà è stata recisa senza che i consessi internazionali prendano posizione chiara e netta.

Il 31 gennaio di quest’anno Boochani ha vinto il Victorian Prize for Literature, e il Victorian Premier’s Literary Awards. Entrambi sono premi australiani dal valore complessivo di circa 125 mila dollari.

La sua opera, trasformata in libro dall’amico traduttore, è stata selezionata tra quelle di 28 finalisti.

Boochani, ovviamente, non ha potuto ritirare il premio perché l’ingresso in Australia gli è negato.

Premio ritirato dal traduttore, che evidenzia, ancora una volta, il paradosso che caratterizza un’epoca strana: un popolo che prima ti relega e poi leggendo la sofferenza che quella prigionia ingenera, si commuove e ti premia!

“Lo scopo principale del mio libro è fare capire alla gente in Australia e nel mondo come questo sistema abbia torturato persone innocenti a Manus e Nauru in maniera sistematica per quasi sei anni. Spero che questo premio porterà più attenzione alla nostra situazione, che porterà cambiamento e farà finire questa politica barbara”
(Behrouz Boochani).

Scrivere ovunque.
Scrivere. Dove? Non importa. Come? Non importa. Perche’?Non importa.

Scrivere e’ liberare ogni volta il demone del vivere per scagliarlo violentemente, soprattutto, contro il demone dell’ homo lupus homini.