SULLA FRANCIA SI SPACCA IL GOVERNO

DI GUIDO RUOTOLO

C’è tensione nel governo, tra il governo e il Parlamento, dentro la maggioranza, e soprattutto nelle relazioni internazionali tra l’Italia, l’Europa e Paesi d’altri continenti. Tutto questo è provocato dalle incursioni dei Cinque Stelle che cercano alleanze elettorali per le Europee con i “gilet gialli” francesi, che vogliono abbattere il presidente Macron. E sempre i grillini si rifiutano di riconoscere il leader venezuelano oppositore di Maduro. Ma naturalmente pomo della discordia interna (ma anche internazionale) è la gestione dei flussi migratori irregolari.

Chi mai avrebbe immaginato che tra Parigi e Roma un giorno si sarebbe potuto creare quasi un punto di non ritorno di rottura diplomatica? Certo, nel carniere delle contestazioni tra Francia e Italia oggi c’è soprattutto l’appoggio del vicepremier Di Maio e dei Cinque Stelle ai gilet gialli. Ma forse anche per questo le incomprensioni tra Parigi e Roma sono diventate una pericolosa miscela esplosiva e servirebbe una iniziativa diplomatica forte per raffreddare questo clima.

Al Viminale non si nascondeva una certa irritazione perché la Francia ha deciso di non volere più accogliere i migranti della Sea Watch, che non sono richiedenti asilo ma “migranti economici”. È stata esplicita Parigi sul punto: «Noi prenderemo solo persone che hanno bisogno di protezione». Il messaggio è arrivato forte e chiaro ai collaboratori del ministro dell’Interno Matteo SalviniLa questione dei 47 migranti salvati dalla nave di una ONG, la Sea Watch, era diventata una questione di vita o di morte, di principio per il governo giallo-verde, che ha avuto poi dei risvolti anche giudiziari e politici in Italia. E lo stesso Salvini aveva accettato di far sbarcare i 47 immigrati solo a condizione che l’Europa se ne fosse fatta carico. E così è stato nel senso che i 47 sono stati divisi tra diversi Paesi. Sembrava tutto risolto quando oggi uno di questi paesi, la Francia, ha deciso di cambiare posizione. E dunque di non prendersi la quota dei 47 migranti della Sea Watch. Anche se poi ha fatto sapere che «appoggerà l’Italia per chiedere rimpatri più efficaci in alcuni paesi africani a partire dal Senegal».

Quella senegalese (Paese francofono) è una delle comunità molto presente e da tempo in Italia. Il Viminale ne prende atto: «Anche i francesi non vogliono clandestini. Ora ci aspettiamo che Parigi dimostri con i fatti la sua buona volontà, collaborando per rimpatriare al più presto decine di senegalesi irregolari che si trovano in territorio italiano». E per rafforzare questa vocazione “pacifista”, Salvini ha reso pubblico l’invito rivolto all’omologo francese, Christophe Castaner, di un incontro a Roma: «Sarei particolarmente lieto di invitarLa a Roma, per un confronto e un proficuo scambio sui dossier aperti. Le anticipo che tra i vari temi confermo vivo interesse per la collaborazione da voi offerta a proposito dei rimpatri dei migranti economici». Potremmo definire queste, “prove di comunicazione”.

Uno scambio di giudizi tra Roma e Parigi, franchi e decisi, per nulla paludati. Se dovesse prevalere un atteggiamento collaborativo, di ricucitura dello strappo, potrebbe essere un segnale significativo. Ma i pessimisti temono che il clima elettorale (le imminenti elezioni europee) non aiuterà a rasserenare il clima. E Salvini prova a guardare al di là del proprio orticello italiano. È in pieno svolgimento l’operazione smantellamento dei Cara, dei Centri di accoglienza dei migranti, richiedenti asilo. Dopo Castelnuovo di Porto, ora tocca a Mineo. E poi sarà la volta di Borgo Mezzanone.

Migliaia di migranti vagheranno senza meta, senza una prospettiva. Molti di loro alla fine si ritroveranno respinte le domande di protezione umanitaria e dunque risulteranno semplicemente dei “migranti economici”. La Francia si è dichiarata disponibile ad aiutare Roma nel rimpatrio degli irregolari nei paesi d’origine. Molti dei quali sono paesi francofoni. Insomma, Parigi ci vuole “raccomandare”. Per Salvini sarebbe una manna. Ma deve travestirsi da agnello, lasciando a Di Maio il compito di fare il lupo.

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