IL CACCIATORE SOLITARIO. THE MULE DI CLINT EASTWOOD

DI ROBERTO SILVESTRI

40 acri e un mulo. La promessa non mantenuta dopo la vittoria nordista nella guerra civile. Ai combattenti neri non fu data né la terra né il mulo.  Spike Lee ne ha fatto il nome della sua casa di produzione.

Clint Eastwood, che non legge “il corriere”, ne ha fatto il titolo americano del suo quarantesimo film, il più bello tra i suoi profondi blues sulla storia d’America (ogni nuovo film di Clint è migliore del precedente), scegliendo, tra i due doni scippati, il mezzo di locomozione più umile, il mulo. E aggirandosi “On the Road Again” come canta Willie Nelson, nel profondo sud e nel middle del paese di dio e degli sniffatori di coca.

Questa volta, come in Gunny, come in Gran Torino e come in Sniper o nel primo Rocky, siamo dentro l’elegia di una sconfitta con onore (o di una vittoria con disonore). Si può vedere il film anche come il contributo di Clint alla “cellula tematica” di moda in questo momento e che la notte degli Oscar scopriremo se ha prodotto forme migliori di “The Mule”. E’ infatti la stessa di Green Book, di RomaLa Favorita… viaggiare fisicamente o mentalmente, con un “diverso” accanto e uscire dal viaggio modificato radicalmente. Puoi essere una regina stanca di aristocratici redditieri; un pianista jazz afroamericano della (noiosa) corrente “third stream”  che scopre i piaceri proletari bianchi;  un padre anaffettivo  che per pensare ha bisogno dei ritmi latini di Arturo Sandoval; o una donna di servizio india distrutta dalla metropoli e dal quartiere Roma… questi incontri ravvicinati con il diverso sarà molto più utile, eccitante, creativo del bazzicare sempre lo stesso ambiente natio e con la propria comunità. Bisogna far scattare l’odio per il sovranismo, ci dice quel grande “conservatore” (ma solo nell’urna elettorale) di Eastwood.

Il mulo racconta in maniera romanzata un vero fatto di cronaca che il New York Times per mano del giornalista Sam Dolnick svelò all’opinione pubblica statunitense qualche anno fa. Lo racconta in confezione Eastwood. Con la sua solita band. Ovvero con Joel Cox al montaggio, Deborah Hopper ai costumi (il migliore è il vestito bianco da floricultore del protagonista, che è fotocopiato dal guardaroba di Clifton Webb) e Kevin Ishioka alla scenografia. Il canadese Yves Bélanger  di Wild e Dallas Buyers Club sostituisce invece il solito Tom Stern nella coreografia delle luci. Forse invece di un genio del buio che si illumina qui c’è bisogno di luce che si rabbui.

Il “mulo”, soprannome di gergo, è Earl Stone, detto El Tata, un novantenne bianco reduce della Corea con la sua scassata Lincoln pick-up che ama guidare ascoltando country, old hit, Dean Martin e Willie Nelson all’autoradio, ed è talmente imprevedibile nei tempi e nei modi di guida e di sosta, così anarchico e libertino, da sfuggire a qualunque algoritmo della Dea o di qualunque nervoso Escobar alle calcagna. Anche se alle sue costole gli piazzano un pedante controllore latino. Che è l’attore Ignazio Serricchio, argentino di evidente origine italiana, ma tifoso della nazionale di Messi (durante la lavorazione del film c’erano i mondiali di calcio) a tal punto che Clint, per farlo infuriare e incupire di più in una scena, prima di girarla gli si avvicinò è disse: “Ma come cavolo avete fatto a perdere 3-0 con la Croazia?”.

El Tata diventa a poco a poco, in dieci anni, nel periodo che va dalla presidenza Bush jr. a quella Obama, il numero uno nel trasporto interno della droga. Dal sud, dal Texas, dalla Georgia, dal New Mexico fino a Chicago, Illinois, dove il consumo scalpita. Un’eccellenza si direbbe al tg1.

L’idolo dei narcotrafficanti, ma invisibile ai poliziotti che lo braccano (Larry Fishburne, a proposito di Spike Lee, e perfino lo sniper Bradley Cooper). E lavora con una organizzazione così potente che i cartelli di Medellin o di Juarez sembrano (e saranno) inguaribili perdenti.

Se El Tata fosse incappato nelle ire delle leggi d’emergenza italiane che attribuivano a tutti  i componenti di una banda armata qualunque crimine commesso – in nome della lotta al terrorismo lo stato di diritto si stravolge ed è per questo che Mitterrand proteggeva gli esuli e resisteva alle improbabili richieste di estradizione – invece di rischiare tre anni di carcere avrebbe passato sicuramente tre bei secoli in galera

Invece Earl Stone (il suo vero nome era Leo Sharp) aiuterà nel corso di questo road movie a spirale, e presto con pick up nuovo fiammante, e grazie ai suoi guadagni: 1. la nipote a pagare le spese di nozze (è l’unica in famiglia che lo capisce, né l’ex moglie né la figlia); 2. un locale per reduci di guerra a non morire; 3. un campo da gioco a rifiorire, 4. la sua azienda da floricultore leader a non scomparire; 5. un poliziotto razzista a darsi una calmata; 6. Andy Garcia a sembrare simpatico; 7. il suo polso a divertirsi con un bracciale d’oro; 8. un po’ tutti quelli che incontra a fare i conti con i propri sensi di colpa famigliari e 9. perfino un imbranato di “negro” (non l’offende, non dice nigger, ma usa un’espressione accademicamente corretta che è parecchio desueta) a cambiare una gomma. Come avrebbe fatto in Gran Torino con i suoi vicini etnicamente scorretti ….
Poi dicono “firma contro la droga”.

Anche quando sta fermo ed è preso da malinconie senza nome che fanno un effetto dada rimbalzando sul suo corpo scolpito ruvidamente nel legno, Clint evade, si muove, non conosce stasi. Né casa. Né famiglia. Né paternità, né regole o leggi da ripetere a vanvera. Come i cowboy di una volta, o Charlot, che arrivavano dall’orizzonte e alla fine dell’avventura si allontanavano soli nel nulla. Un fuori norma. Come un violinista d’esplorazione (c’è Paganini nel soundtrack), come un pianista jazz dalla velocità supersonica, come EarlHines. Improvvisare. Inventare nuove strutture e armonie. Perché? Le cose cambiano. La tua famiglia è là dove operi. Se fai cinema è l’ambiente del cinema. Se sei floricultore è l’ambiente dei coltivatori e ‘innestatori’ di Daylily. Se hai uno spirito domestico come Craig’s Wife l’opera d’arte sarà la casa (e non è detto che lo sia anche il contenuto: figli, suoceri, domestici, marito).

Se la globalizzazione e internet, le politiche economiche devastanti e delocalizzanti di Bush jr. che favoriscono i mega conglomerati e annientano i piccoli e medi imprenditori ti costringono a globalizzarti o a morire di fame, allora sarà il cartello di Sinaloa (con ramificazioni anche in Italia, un membro modenese della mafia messicana fu ucciso proprio qui) la tua nuova famiglia. Non quella dei compleanni, delle feste di laurea, dei funerali o dei tacchini del ringraziamento… anche se la presenza di Dianne Wiest (come moglie abbandonata) è un arguto omaggio al mondo vertiginoso e metropolitano di Woody Allen. Chissà se Clint un giorno riuscirà a fare una divertente commedia sofisticata a Manhattan….

Il ritmo del film? Movimento fluido, swing, o movimento spezzato, bebop.  I ponti di Madison County più Bird…  Il cinema è emozione dinamica, o non è. Tutti penseranno  giustamente che in questo film (come in Honktonk man Million Dollar Baby) Eastwood faccia i conto con autobiografici rimorsi familiari di un artista che tra Malpaso e famiglia ha scelto sempre il set. Piuttosto burrascosi i suoi matrimoni. La presenza tra gli attori della figlia attrice-regista Allison Eastwood nella parte di chi lo odia di più ne è un sintomo. Come Clint ha vinto tre Oscar, anche Earl/Leo Shark ha creato una specie unica di daylily, la Ojo Poco, dai colori arancioni/rossi che oggi porta il suo nome. E fu ricevuto da Bush padre alla Casa bianca. E ama essere al centro dell’attenzione più fuori casa che dentro. Donne, amici, feste. Essere l’idolo delle compagnie.    

C’è un giornale di Chicago che è l’equivalente del Corsesa in Illinois, ebbene The Chicago Tribune stronca il film. In nome della rispettabilità di una metropoli che Clint ci addita come inguaribilmente addicted? Non ha il coraggio di dirlo. La critica è da sinistra: “è inopportuno e falso ad ogni svolta narrativa e poi ci fa ridere assieme a un bigotto”. Come se ci divertissimo, vedendo il film, in compagnia di Trump.  Ma nel film si irridono, in nome dell’individualismo democratico inteso in maniera estremamente radicale, molti stereotipi e parole d’ordine visive e verbali spacciate come droga pesante dai media. Ci sono, per esempio, gangster ispanici e armati molto simpatici. Altro che muro per contenerli. Lo stesso protagonista del film ha trasportato oltre 3 milioni di dollari. Giro molto pesante. Quel che infastidisce moltissimo anche la nostra stampa mainstream è sempre la stessa cosa, Clint sa mettere in luce il lato negativo del lato positivo dei suoi personaggi, e viceversa, sbilanciando e mettendo in discussione la nostra stabilità emotiva. E poi qui non ritaglia più i bei cieli azzurri del middle per dare un contorno concreto e materico all’eroe di di un drugs-thriller, o tonalità plastiche o dolci e manierati effetti allusivi, citazioni e rimandi al genere Soldado, ma chiede al direttore della fotografia di Jean Marc Vallée di costruire un pacato viaggio verso la morte con la lentezza di un rito beat (dove si rovescia il rapporto Burroughs/moglie non meno conflittuale). Le valli che attraversa El Tata sono ricche di echi, di memorie mute, di trasalimenti silenziosi. Se l’attimo è fuggente come lo sbocciare del lilyday, che ci mette moltissimo tempo e cura per raggiungere il suo brevissimo exploit, come l’artista, come l’uomo consapevole capace di coniugare intelletto e sensibilità umana verso tutti, sembra proprio di ascoltare Yukio Mishima quando ricorda di aspettare pazientemente che il seme della soluzione germini a poco a poco finché il fiore della soluzione non sbocci”.

È un film beat.

Una classico di Billie Holiday. La cinepresa inquadra un cespuglio di fiori colorati forse di rose, da destra a sinistra e s’innalza lentamente verso la fine. Un piccolissimo road movie. Tre minuti. Come una canzone. Il “cinema verticale” è una song, spiegava Jonas Mekas a chi prendeva in giro le teorie underground della pioniera “no Hollywood” Maya Deren. Introduzione, strofa, ritornello, uno sull’altro, fino alla fine…. Non c’è storia consolatoria o avventura posticcia o compassione sentimentalistica fatta format. Non c’è sviluppo orizzontale che segue scrupolosamente il dogma che obbliga all’happy end.

Non so se fosse di Piero Heliczer o di Bruce Baillie quel piccolo capolavoro zen, l’intuizione di collegare l’effimero splendore di un fiore con il senso del cinema libero che è esplosione di emozioni laconiche, come una canzone che salta in alto, non in lungo e mai in triplo, e più che al corpo è interessato allo spazio, al paesaggio, al cielo, alla natura non indifferente…“che vibra, palpita, si fa colore, suono, valenza cromatica, pur gestualità” come scriveva Giuseppe Turroni del troppo esplicitamente autobiografico Honky Tonky Man.

The Mule, il nuovo Eastwood, regista e attore contemporaneamente, a dieci anni dall’ultima performance doppia (Gran Torino, sceneggiato dallo stesso Nick Shenk), conferma un ennesimo salto stilistico di regia e di performance. Una discontinuità nel senso della sintesi sempre più astratta e fremente.  Il saper incorporare, come attore, sia il ragazzo della porta accanto della classicità James Stewart (a cui il suo personaggio viene costantemente paragonato) che Clifton Webb, lo snob metropolitano che maltrattava quella classicità con fastidioso distacco camp. Il passo misurato, cauto, minuzioso e rigoroso, la geometria dei gesti e degli sguardi qui diventa saggezza presuntuosa e estroversa alla Elia Belvedere, saperne più di tutti. E come regista,  sulla base di un classicismo formale etico e ritmico hollywoodiano (Ford-Wellman-Siegel) riuscire a liberare anche il senso profondo della lezione “negativa” underground degli anni 60 e dotarsi di un occhio di ghiaccio e di un cuore di vetro alla Lynch, cui fa ribrezzo ogni minimo contatto realistico.  Non è forse questo il film più vicino e più lontano a Una storia vera? Lì un vecchio mosso dal più naturale sentimento familiare. Qui un vecchio mosso dal più innaturale sentimento familiare. Il cacciatore solitario (che qui fa finta di essere più vecchio e acciaccato di quanto l’88enne Clint non sia) che si è avventurato dentro la più pericolosa delle giungle – il Middle che ha votato Trump; il cartello della droga più criminale della storia; i sensi di colpa di chi ha anteposto la propria carriera a tutti gli appuntamenti che richiedono la tua presenza perché danno forma alla vita – e che ne è uscito sia ricco che povero, sia morto che vivo, sia macchiato dalla colpa più indelebile che immacolato, sia condannato che assolto, sia super star che infame.

The unforgiven.  Un morto vivente.

Il cinema utile

Due film nordamericani hanno strappato al braccio della morte le vittime di clamorosi errori giudiziari. Il primo è un documentario, The People vs. Paul Cramp, l’esordio in 16mm. di William Friedkin nel 1962. Il secondo è The Blue Tine Linedi Errol Morris, 1988, un altro “non fiction movie”.  Serve il cinema. E’ un’arma contundente. Già. Spara, shoot.

Quando si ridusse, grazie alle tecnologie leggere e poco costose delle “nouvelle vagues”, il gap tra vita e arte, molti ‘guerriglieri del cinema’ hanno inciso sui cambiamento (in meglio) della società. E molti film maker sono stati anche vittime dei loro coraggio politico. Il documentarista gallese James Miller, ucciso a Gaza nel 2003 dai soldati israeliani; l’olandese Theo Van Gogh, accoltellato da un fondamentalista islamista nel 2004, proprio come il danese Finn Nørgaard;  lo statunitense Charles Edmund Lazar Horman,  assassinato per ordine di Pinochet in Cile nel 1973 (la sua storia è raccontata in Missing); i palestinesi Juliano Mer-Khamis, giustiziato a Jenin da un commando deviato di Hamas, e Hany Jawhariyya ucciso in combattimento, telecamera in mano, nel 1976 in Libano; il siriano Moustapha Akkad, saltato in aria per un attentato terrorista ad Amman nel 2005. Per non parlare dei tanti cineasti  sequestrati e uccisi durante le dittature militari in Argentina e Brasile. A chi spara oggi Clint? Make my day.  Da buon repubblicano lincolniano ai razzisti, a chi crede che il Muro tra Stai Uniti e Messico vada eretto per non contaminare sangue wasp con la cultura latina che sta diventando maggioritaria nel paese. Agli ipocriti di ogni risma, visto che il traffico di droga sta diventando un pezzo importante dell’economia e andrebbe controllato-legalizzato-nazionalizzato per strapparlo dalle mani di chi non pagando tasse può permettersi, come Andy Garcia, di tirare al bersaglio (piattelli non volatili) con un fucile tutto d’oro. Come il buon vecchietto che non dà nell’occhio anche il cineasta, avanti con gli anni come Manoel de Oliveira può permettersi di dire cose proibite ai giovani rampanti che vogliono scalare le vette del successo. L’amarezza per gli anni bui spesi male. Era un attore pressoché finito prima del successo catturato lontano da casa, con Sergio Leone. Ancora Turroni. “Di Siegel Eastwood ha il gusto di certa commedia amara, una commedia di sentimenti il cui dono della sintesi condensa in termini astratti tematiche letterarie in altri inerti”. Qui memoria, astrazione, biografia e senso della storia sono in perfetto equilibrio. Quel che conta è ancora il rapporto tra i colori, i nessi, i flussi, le vibrazioni cromatiche e ritmiche. Il cinema.