PRODI APPOGGIA ZINGARETTI E RICHIAMA IL POPOLO PD ALLE PRIMARIE. LETTA APPROVA

DI ALBERTO EVANGELISTI

Quando il PD attraversa un momento cruciale, il Professore interviene sempre per richiamare all’unità il popolo democratico: anche se dopo l’ennesima delusione determinata dalla candidatura, prima, e bocciatura alla presidenza della Repubblica dovuta ai famosi 101 franchi tiratori interni, poi, Romano Prodi non fa più politica attiva, il suo ruolo di “padre nobile” e la stima di gran parte dell’elettorato PD non sono mai messi in discussione.

Non c’è peraltro dubbio che questo sia per il PD un momento molto delicato, probabilmente il più delicato dalla propria costituzione, in cui è messa in discussione l’esistenza stessa del partito: dopo il risultato delle ultime elezioni, decisamente sotto le aspettative, i consensi misurati dai sondaggi continuano a non far sorridere eccessivamente il nazzareno.

Anche il congresso in corso fatica molto a scaldare gli animi anche dei militanti usualmente più partecipi, con il rischio concreto, e per una parte forse anche la speranza, che il risultato finale sia un segretario delegittimato in partenza dalla grande astensione.

Forse anche per questo le difficoltà che quotidianamente affliggono l’area di governo non si trasformano in un ritorno di consensi verso il PD.

A tutto ciò va aggiunta la nascita del progetto di Calenda, nei confronti del quale non è ancora ben chiaro come il Partito Democratico debba rapportarsi, stretto fra interesse per la novità, potenzialmente in grado di creare un’onda da cavalcare per risalire nei consensi da un lato ed il rischio di venire invece travolto ed inglobato dalla medesima onda.

E’ in questo scenario che Romano Prodi torna a far sentire la propria voce, indicando la propria ricetta per il PD. Lo fa in una intervista a Repubblica, con cui lancia la linea e segna le priorità: un leader credibile che possa fare da padre del partito, legittimato da una alta affluenza alle primarie, il tutto per fermare la tendenza nazionalista e autoritaria dei populisti.

Primo obiettivo: ridare al brand “PD” l’autorevolezza necessaria per renderlo una “alternativa credibile” agli occhi dell’elettorato, tanto quello in fuga dalla politica in generale che ingrossa le file dell’astensione, quanto quello deluso dall’appoggio dato all’attuale maggioranza, 5 Stelle in primis.

Per fare questo è appunto necessario che il congresso non si riveli un flop di partecipazione, una sorta di riunione di condominio piccola e litigiosa di cui interessa poco agli stessi condomini e per nulla a chi vive altrove.

In queste prime fasi tuttavia, la cosa sembra tutt’altro che acquisita: difficile appassionare folle oceaniche ad una sfida in cui buona parte dei candidati principali si sono tirati fuori prima di partire, il cui risultato sostanziale è praticamente acquisito e nel quale l’unico elemento di sorpresa deriva dal fatto se Zingaretti raggiungerà o meno il 50%, avviando nel secondo caso una necessaria trattativa per ottenere la nomina dai delegati nazionali. Tutt’altro che appassionante.

Da qui nasce l’appello di Prodi: lo scopo di partecipare alle primarie è quello di legittimare un segretario che, in questo modo, sarà anche un leader credibile.

Secondo prodi, Zingaretti potrebbe essere la figura ideale per rivestire il compito di “padre” del partito, con compiti di pacificazione e guida, in grado cioè di attirare nuovamente l’elettorato PD disperso o scettico.

Secondo prodi, inoltre, questa visione non contrasta affatto con la presenza di operazioni differenti in vista delle prossime europee, leggasi fra tutte Siamo Europei lanciato da Calenda. Quando si tratta di scegliere se presentare una lista unitaria o più liste, l’ex Presidente del consiglio tratta la questione in maniera meramente tattica:” Si tratta di decisioni solo pragmatiche, da prendere tenendo in considerazione che esiste il sistema proporzionale ma esiste anche la soglia di sbarramento del 4 per cento. Gli europeisti devono muoversi in modo da ottimizzare il loro risultato complessivo. E queste decisioni spettano al nuovo leader del Partito democratico. Per questo deve ricevere una investitura popolare forte, tale da conferirgli di fatto la paternità non solo del partito ma di quella maggioranza di italiani che continua a credere nell’Europa. Come me”.

All’endorsement di prodi fa eco Enrico Letta, secondo cui l’analisi emersa dall’intervista del Professore è pienamente condivisibile: corretto considerare Zingaretti come un possibile Padre del partito, senza che peraltro la cosa escluda la possibilità di sfruttare le spinte di Calenda.

Interventi strategici o tattici? Probabilmente un po’ entrambe le cose: certamente sia prodi che letta vedono in Zingaretti un potenziale interessante, tanto nell’opera di cucitura degli strappi interni degli scorsi anni, sia nella contrapposizione verso quelle forze nazionaliste che tanto slancio sembrano avere attualmente in Italia ed in Europa. Tuttavia, gli interventi dei due pezzi pesanti dell’area dem, hanno banalmente anche una finalità molto più pragmatica e di corto respiro: attualmente il Governatore del Lazio ha fra il 47 ed il 48 % dei voti. Serve un colpo di reni che consenta di superare l’asticella di quota 50 e assicurare così la segreteria, senza che la palude della direzione nazionale possa creare scenari ad ora non prevedibili. Le parole di prodi potrebbero costituire proprio quel residuo di spinta in più, utile a perseguire l’obiettivo.

C’è però un “ma” enorme nel ragionamento modello “vogliamoci tutti bene e stiamo vicini” che emerge dalle due analisi proposte: la base del partito è, nella migliore delle ipotesi, distaccata, nella peggiore “ai materassi”, come direbbe Don Corleone. Basta farsi un giro sui social, nei gruppi più vicini a questo o a quel candidato che le possibilità di ricomporre lo strappo sono tutt’altro che elevate.

Oltre a ciò, se lanciare il messaggio che Calenda e Zingaretti possano essere un duo omogeneo (o almeno omogeneizzabile) è relativamente facile, far convivere nei fatti le due visioni è decisamente altra cosa.

Fra Zingaretti e Calenda esistono distanze siderali sul posizionamento del partito, sul rapporto con gli ex fuoriusciti in LeU e su quelli con i 5 Stelle, finanche sulle politiche economiche e del lavoro.

La mossa di Prodi rimane, in ogni caso, significativa per il valore tattico che ha; resta da capire se l’obiettivo pragmatico di breve termine che si pone, strumentale a quanto pare alle sole europee, sia altrettanto in linea con le esigenze nel medio e lungo periodo. A meno che non si voglia invece rifarsi a Keynes sostenendo che, in fondo, “nel lungo periodo saremo tutti morti”.