SOS MEDICI. NEI PROSSIMI ANNI NELLA SANITÁ PUBBLICA NE MANCHERANNO TANTISSIMI

DI GERARDO D’AMICO

Il dato di fatto è che nei prossimi anni mancheranno troppi medici per non mettere in crisi l’assistenza sanitaria.

Il paradosso è che i medici ci sono, ma non le borse di studio per farli specializzare per entrare in ospedale o diventare medici di famiglia: sono 12mila.

A fronte dei 47mila che andranno in pensione tra cinque anni, ne avremo 52mila che si saranno laureati ( secondo Anaao Assomed).

La soluzione più semplice ed equa, perché eviterebbe gli escamotage di oggi con medici a contratto o con prestazioni in cooperativa, come pure l’immissione in ruolo di 4150 medici di famiglia che non hanno concluso la formazione sarebbe di aumentare, decuplicandole, le borse di studio.

Eliminare il numero chiuso farebbe solo saltare il sistema universitario, non ci sarebbero strutture idonee per accogliere una ondata di studenti, e creerebbe una massa di disoccupati che si aggiungerebbe a quelli esistenti.

Eliminare le scuole di specializzazione sfornerebbe medici meno preparati di quelli attuali, e se i nostri sono contesi da molti Paesi un motivo ci sarà: sono più bravi perché più formati. Senza contare il conflitto che si creerebbe con chi si è sudato l’ingresso alla specialistica, e la cosa più grave: avrebbe nelle mani, quel medico non formato, la vita di un malato. Voi vi fareste costruire la casa da un ingegnere appena uscito dall’università o difendere in Corte di Assise da un avvocato praticante?

Occorre quindi un importante investimento, per moltiplicare le borse di specializzazione: le 900 in più quest’anno sono solo buona volontà, non risolvono niente.

L’altro versante, faccia della stessa medaglia, è sbloccare il turn over, dando la possibilità alle Regioni di assumere tutti quelli che occorrono. Perché non serve a niente avere medici specializzati se poi non puoi assumerli, sono solo altri precari.

A questo dovrebbero servire le risorse pubbliche: regalare un miliardo e mezzo a chi ha investito soldi in azioni bancarie in cambio di interessi altissimi se l’operazione fosse andata a buon fine, scaricando quel rischio sulla collettività, sottrae risorse ad altro,
e riempie di indignazione chi con le proprie tasse dovrà sovvenzionare quel regalo.

Dice: sono stati “truffati”.

E quelli delle catene di Sant’Antonio? Quelli dei pellegrinaggi che tornano a casa con la batteria di pentole? Quelli delle aste televisive convinti di mettere in salotto Van Gogh?

Soprattutto: quegli altri che hanno fatto lo stesso investimento ma hanno ricevuto gli interessi promessi, che fanno, devono restituire soldi a qualcuno?
( Almeno, non prendeteci per cretini)