SOTTO SCORTA PAOLO BERIZZI GIORNALISTA CHE FA INCHIESTE SUI GRUPPI NEONAZISTI ITALIANI

DI MARINA NERI

 

La parola, arma di sterminio di massa o balsamo curativo secondo il punto di vista da cui la si vede.

La parola, capace di spostare le montagne del pregiudizio, capace di infondere il coraggio necessario per dire No ad ogni fideismo, capace di rompere gli argini in cui il conformismo vuole imprigionare, capace di mettere le ali ai sogni .

Pericolosa è l’aggettivo che più le si adatta.
E lo sa bene la criminalità organizzata che fa dell’ omertà il vessillo del suo perpetuarsi.
Sa che ovunque ci sarà parola, questa annientera’ ogni atavica assuefazione alla prepotenza e al sopruso, perché la goccia scava la roccia.

La libertà di pensiero, di parola realizzano la piena dignità della personalità umana. I padri costituenti ne erano consapevoli e la fecero assurgere a principio fondamentale del nostro Stato.

E chi la parola usa per raccontare, per spiegare, per descrivere, sa il valore di esprimerla in piena libertà ubbidendo solo al canone del ” secondo scienza e coscienza”.

A volte, pero’, la libertà di pensiero e parola viene coartata, limitata, recisa, uccisa. E non solo con la prigionia, il confino, con impedimenti fisici, ma con la censura, con le limitazioni, con le querele artatamente impostate per imporre il bavaglio.

A volte si usano veri e propri metodi criminali per ridurre al silenzio giornalisti non asserviti a nessun potere, sia esso politico, economico o di lobbies legali o illegali.

E non sempre è la mafia il tentacolo oscuro che vuole soffocare la voce.

Così capita che un giornalista che fa inchieste, che svolge seriamente e scrupolosamente il suo dovere, si trova, proprio a causa dell’ossequio alla verità che persegue, immerso in una spirale che gradualmente lo ha visto prima vittima di minacce, poi oggetto di strali, poi parte offesa in veri e propri atti di intimidazione esteinsecatosi in danneggiamenti, scritte offensive e minacce di morte.

In un crescendo rossiniano che ha fatto propendere le forze di polizia prima per un’ azione di sorveglianza e, in questi giorni, poi, per la predisposizione di un vero e proprio servizio di scorta.

Il giornalista è Paolo Berizzi, firma di Repubblica.

Sue le inchieste sulla rinascita di organizzazioni di estrema destra nel nord Italia sulla formazione e sulle attività di gruppi fascisti e neonazisti.

Un crescendo di episodi criminosi nei suoi confronti hanno motivato la scelta dell’ attribuzione della scorta.

Prima erano state incise una svastica, un crocefisso e dei simboli delle SS sulla carrozzeria della sua auto. Poi era stata la volta di minacce sui social, erano stati appesi contro di lui striscioni in strada, nei cavalcavia e nei palazzetti dello sport.

A ottobre un anonimo, agendo di notte avvolto nell’oscurità aveva scritto sul muro della sua casa: “Infame pagherai”.

La scritta era stata accompagnata dai disegni di svastiche e croci celtiche.

Ma ciò che ha fatto risolvere il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza per l’assegnazione della scorta, sono state le minacce di morte ricevute dal giornalista e dai suoi familiari.

Molte delle minacce ricevute in passato dal giornalista sarebbero state rivendicate dai militanti di Do.Ra., un gruppo neonazista di Varese.

Si indaga in questi ambienti per risalire ai mandanti e agli esecutori dei gesti criminali e delle pericolose intimidazioni.

E pensare che l’apologia del fascismo in Italia è un reato previsto dalle disposizioni di attuazione della Costituzione e dall’ art. 4 della legge Scelba.

La predetta legge stabilisce che si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista:
“Quando un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.”

La chiarezza della disposizione normativa consentirebbe una immediata riconoscibilita’ dei gruppi, associazioni, le cui finalità e le ispirazioni fossero riconducibili ad una filosofia ed impronta inequivocabile.

Forse si dovrebbe prevenire piuttosto che curare, avendo strumenti e norme per farlo. La cura, nel caso del giornalista minacciato, la scorta, cambia la vita di coloro che hanno a cuore la Libertà e in nome di quella si spendono e spesso si immolano.

Lo Stato ha bisogno di servitori della verità, non di martiri o eroi, pertanto deve essere in grado di intervenire al momento della diagnosi, spesso la cura è tardiva e la malattia , con le sue metastasi produce danni irreversibili.