ANGELA MERKEL PIGLIATUTTO, PRIMA DI USCIRE DI SCENA. SOLO L’ITALIA FUORI GIOCO

DI ALBERTO TAROZZI

Angela Merkel piglia tutto. Prima di appartarsi dalla scena politica (ma sarà poi vero) ha messo a segno una serie di colpi, su scala internazionale, tali da rappresentare una dotazione di tutto rispetto che consentirà a chi le succederà di vivere di rendita, almeno sulla spinosa questione delle migrazioni forzate verso l’Europa.

Dopo avere a suo tempo canalizzato verso la Germania i migranti maggiormente dotati di competenze (i siriani), la cancelliera ha chiuso il flusso di provenienza balcanica con un accordo con Erdogan nel 2016, giusto in tempo per parare i colpi bassi di chi le voleva male e la tacciava di buonismo. La pagliacciata del capodanno 2016 a Colonia, una presunta violenza di massa senza un filo di documentazione da parte di una polizia quanto meno inerte, aveva costituito l’anticamera di questo genere di attacchi.
Certo la xenofobia contro i migranti ha fatto perdere non pochi colpi al suo partito, ma Angela, dimostrandosi politica dalla vista lunga e pagando per questo un prezzo di fronte agli avversari politicanti del giorno per giorno, ha proseguito per la sua strada.

E’ del fine 2018 la sottoscrizione del Global Compact, un trattato apparentemente scritto sull’acqua delle buone intenzioni, ma che si è accompagnato ad un accordo, patrocinato dalla Merkel, tra Spagna e Marocco, per regolare il flusso dei migranti sul Mediterraneo occidentale.
Ma al di là della questione migratoria, la sua politica estera è contrassegnata da una grande capacità di stringere accordi con tutti e su tutto. Una dote che le permette di costituire un baricentro della politica europea, nonostante l’effetto destabilizzante di certi suoi dannosissimi alleati nel campo della finanza e dei media. Quelli che hanno fatto di tutto per circondare la Germania con un alone di antipatia spesso meritata.

Gli ultimi colpi della cancelliera però sono tali da determinare una vera e propria quadratura del cerchio. Da un lato il trattato di Aquisgrana con la Francia, a ribadire una Europa a guida consolare: due leader uno dei quali (chissà quale?) conta solo per gli arsenali militari che si ritrova in casa.
Infine, di soppiatto e senza far rumore, un patto a cinque con la famigerata banda dei quattro di Visegrad. Vale a dire un’operazione che comincia a prendere di mira proprio quei paesi che maggiormente si erano resi protagonisti di proclami anti Ue.

Con quest’ultimo accordo, raggiunto a Bratislava pochi giorni fa con Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceka, la leader tedesca dimostra di esercitare un influsso, se non proprio un controllo, su quasi tutte le componenti Ue che già non fossero sotto la sua egida. Non solo i Baltici e il Benelux o gli slavi del sud e la mitteleuropa, ma anche l’area latina e quella sovranista.

Manca qualcuno?
A ben vedere manca quasi solamente l’Italia, scivolata in un sempre meno splendido isolamento. Forse il treno ce lo siamo perso due o tre anni fa. Potevamo mettere nel pacchetto degli accordi Ue con la Turchia, voluti da Berlino, un allargamento della trattativa a tutto il Mediterraneo (sponda nord e sponda sud). Magari chiamando in ballo le Nazioni Unite a garanzia che nei paesi di partenza gli aspiranti migranti fossero provvisoriamente accolti in campi garantiti da organizzazioni internazionali anziché da sultani e bande armate.

Quella occasione ce la siamo persa. Dicono i maligni che il nostro governo di allora (si dice il peccato ma non il peccatore) preferì non farsi sentire sulla questione migratoria per strappare un tanto di flessibilità sulle proprie manovre finanziarie.
Sia come sia, l’ora è fuggita, la Merkel è venuta a costituire il centro di gravità permanente della Ue e all’Italia è rimasto solo di battere i pugni sul tavolo. Ma, senza una copertura alle spalle, la nostra, è una musica che non incanta nessuno.