“AZZERARE CONSOB E BANKITALIA”, IL GOVERNO DI NUOVO NELLA BUFERA

DI VIRGINIA MURRU

 

Mettere in discussione l’operato di un’istituzione nevralgica per il Paese, come Bankitalia, significa insidiare direttamente l’indipendenza di una Banca Centrale,  il suo indispensabile ruolo di vigilanza sulla politica economica, insomma, per dirla con l’ex premier Enrico  Letta, in definitiva, si mira a “comprare l’arbitro”.

Imperversa negli ultimi giorni la polemica sulle dichiarazioni del vicepremier Matteo Salvini, davanti alla platea dei risparmiatori delle banche venete fallite: “Bankitalia e Consob andrebbero azzerate..”

Replica il direttorio di Bankitalia: “Dai due vicepremier parole fuori luogo”. Ma è tutto quello che trapela da Palazzo Koch, la tendenza è al ‘no comment’, e non solo in Italia, ma anche la Bce preferisce non commentare, come pure Bruxelles mantiene il riserbo sull’ennesimo focolaio di polemiche che si abbatte sul Governo.  L’intento è quello di non riconfermare la carica del vice direttore di Bankitalia, Luigi Federico Signorini.

Eppure sono segnali evidenti fin dall’esordio di questa coalizione di Governo sovranista, l’alibi è sempre il popolo, ma c’è anche smania di trainare le ruote di questo ‘carro’ da soli,  ben poco rispetto c’è per gli oppositori, da qualunque fronte provenga il dissenso,  che siano state le Istituzioni Ue, Autorità internazionali, capi di Stato stranieri, o addirittura ministri dello stesso Governo. In tanti sono passati sotto i cingoli di un potere che non si vorrebbe condividere, in barba  ai principi democratici del confronto  e del dialogo.

Perfino il ministro dell’Economia Giovanni Tria, a pochi mesi dall’insediamento del nuovo esecutivo, l’estate scorsa, si è misurato con questa aria di epurazione, quando ha messo in discussione la validità delle misure cardine del programma  della coalizione, ossia ‘quota 100’ e ‘reddito di cittadinanza’. Gli è stato detto in modo neppure tanto velato, che sarebbe stato sostituito, se si fosse opposto alla loro applicazione.

Si doveva a tutti i costi tenere fede alla  compliance elettorale, il popolo non avrebbe perdonato alle successive consultazioni .. E per questa ragione si è andati in rotta di collisione con le autorità di Bruxelles, come nessun altro Stato Ue aveva fatto fino ad ora, pagando un pesante tributo per l’imbarbarimento del dialogo, ossia l’isolamento. Certo, l’isolamento, perché neppure gli Stati di orientamento populista hanno espresso solidarietà al governo di Roma. Con la Francia si è andati diverse volte ai ferri corti, ignorando come fossero stati un optional, gli strumenti della diplomazia, quale tramite per la risoluzione di qualsiasi controversia.

Ma l’effetto di questo ciclone di autoritarismo che si è fatto largo fin dalle prime settimane d’insediamento del nuovo governo, si è avvertito in ambito sociale, attraverso un clima di tensione, quando non violenza, nel gestire la situazione di emergenza umanitaria, qual è stata quella che ha riguardato i migranti, riflesso di un programma politico che soprattutto per la Lega era già implicito in campagna elettorale.

Lasciarsi vittime alle spalle, non ha creato scrupoli o ripensamenti, la difesa dei propri confini, della propria cultura, a discapito degli scambi e delle dinamiche legate al terzo millennio  – caratterizzato dalla globalizzazione e dunque dai movimenti migratori, non solo di merci – significa  basare il proprio programma politico sul protezionismo, ma purtroppo si va anche oltre.

Si mette in discussione la stampa, l’informazione, quando non è compiacente con le scelte del potere, e allora a questo punto  è lecito porsi qualche domanda. Stiamo tornando indietro, siamo di fronte ad un’involuzione dei fondamentali principi democratici? Qualcosa nei conti non torna. La storia offre gratuitamente le sue lezioni, ignorarle non porta mai bene.

Gestire in modo così risoluto il potere, significa risvegliare i movimenti estremisti che ‘sonnecchiavano’ sotto la cenere, mai spenti del tutto, perché questi ideali sovversivi hanno fatto comodo a chi li ha usati per fini che di limpido hanno ben poco, ma hanno destabilizzato il Paese e si sono resi responsabili di stragi, le cui ferite, tanto sono state terribili, non si sono mai cicatrizzate.

In queste considerazioni non c’è smania di allarmismo, forse non ne sono neppure ben consapevoli gli artefici di questa politica basata sull’accentramento del potere, sulla tendenza a neutralizzare i personaggi chiave che svolgono ruoli importanti nell’amministrazione pubblica, quali sono per esempio i presidenti dell’Inail e Inps, già nel mirino appena le loro voci si sono rivelate discordanti, non in sintonia con il perseguimento degli obiettivi  del Governo. Per queste scelte il Paese sta già pesantemente pagando sul piano economico. Non si riesce a riconoscerla, ma è in atto una sorta di rivoluzione, non solo politica, ma anche sociale, culturale, perché certi orientamenti incidono fortemente sulle concezioni e capacità di discernimento collettivi.

Una virata che gli elettori stessi non immaginavano un anno fa; si pensava ad una svolta che finalmente mettesse al vertice delle scelte di governo il popolo: certo il popolo, ma con quali criteri, attraverso quale processo di cambiamento si può arrivare a esaltare questo ideale, in sé pure nobile?  I risultati stanno emergendo, e quello più insidioso è la contrapposizione politica che in passato ha portato in superficie ideologie estreme, fino allo scontro in piazza, alimentando un clima di conflitti e tensioni che hanno solo destabilizzato il Paese,  instillato la paura.

Non occorre andare in piazza per capirlo, quantunque si stiano già verificando scontri violenti anche su questo fronte, ora è il web che veicola gli umori del dissenso e della devianza di certi ideali violenti, basta leggere i commenti della gente comune sui social: vi circola una violenza verbale che frastorna, un odio che non ha ragione d’essere nei confronti dell’avversario politico, e tutto questo non è così innocuo come si potrebbe pensare.

Un anno fa quest’atmosfera di tensione non c’era,  non ci sono dubbi. La speranza è che si tenga sotto controllo la smania di prevalere sull’altro a tutti i costi, di cancellare le idee che non corrispondono alle proprie convinzioni e intendimenti: eliminare il dissenso, evitando scalpore, magari, ma agendo in retrovia per raggiungere questi obiettivi. Così non può andare.

Nell’intervista concessa a Repubblica, Enrico Letta definisce il Governo “sconcertante”, e si dice preoccupato perché sta conducendo il Paese verso “il precipizio”.  Non è un’opinione che serpeggia solo tra i naturali oppositori dell’esecutivo  in Italia, è mezzo mondo a dirlo,  mentre ci osserva con sospetto. L’attacco alla Banca Centrale, è l’ultimo avamposto di una strategia politica che tende a sgomberare il campo dalle voci contrarie, che intralciano.  Bankitalia deve restare indipendente, anche nel diritto di esprimersi come voce stonata di un sistema  che vuole proseguire imperterrito, malgrado il quadro di emergenza che è emerso nel versante economico.

Letta non è stupito del fatto che si voglia ‘azzerare’ Bankitalia, sostiene anzi che è la linea strategica che si può riassumere in due parole: ‘comprarsi l’arbitro’. Ma senza il sistema di contrappesi – secondo l’ex premier – il ‘check and balance’, si mette in discussione la democrazia stessa.

‘Impallinare’  Bankitalia fa parte del lungo repertorio di cambiamenti in atto, di sicuro questi attacchi non hanno precedenti. C’è un’opinione pubblica ancora pesantemente condizionata dai miraggi, ma c’è anche una larga rappresentanza d’individui che ragiona su fatti concreti senza lasciarsi prendere la mano dagli orientamenti politici, perché in fin dei conti , quel che importa al cittadino, è l’efficienza di un esecutivo in grado di migliorare il Paese.  Per quel che concerne le dichiarazioni riguardanti il vicedirettore di Bankitalia, Luigi Signorini, non è difficile concludere che nel mirino in realtà ci sia Ignazio Visco, il Governatore.

Nell’intervista concessa a Repubblica, Letta sottolinea che occorrono risposte al di là delle esigenze di propaganda e le divisioni dentro il governo; e invece si lanciano altre bombe.  Ritiene che sia una maggioranza prossima al capolinea, ma in nome del consenso della gente si è disposti a tutto.

Fa notare che questo non è un Governo  venuto fuori dalle urne, ma da un accordo in Parlamento, e dunque  si rivendica un mandato fasullo. C’è poi la necessità di deviare l’attenzione sul tracollo dell’economia italiana, e  sulla vicenda legata all’autorizzazione a procedere riguardante il ministro dell’Interno Matteo Salvini .

E di sicuro, al riguardo, l’endorsement del M5S, ha messo in luce la determinazione di restare legati a questo giogo che manifesta tanti punti di ambiguità, nonché incognite per l’immediato futuro.

L’ex premier sostiene che si dovrebbe fare qualche passo avanti per favorire il completamento dell’Unione bancaria in ambito Ue, instaurare un dialogo costruttivo con i naturali interlocutori a Bruxelles, ossia Francia e Germania, tenersi stretto il rapporto con queste nazioni, anziché combatterle da fronti  discutibili. Intessendo poi rapporti con Polonia e Ungheria, non a caso Stati chiaramente populisti, che non fanno nemmeno parte dell’area euro. Del resto non vogliono farne parte, dall’Unione europea vogliono prendere ciò che rientra nei loro interessi, ma  stanno lontani dalla vera alleanza economica; lontani parenti del Regno Unito, insomma.

L’esito delle elezioni europee non cambierà i rapporti di forza tra i due schieramenti al Governo, a decretare lo ‘scioglimento’ di quest’alleanza, basata su continui compromessi, saranno i fondamentali dell’economia, e la capacità di reggere alla sfida della recessione in atto.