C’E’ UN GIUDICE A BERLINO. E ANCHE A ROMA

DI RICCARDO ORIOLES

L’Italia è una repubblica democratica, con una Costituzione. Ciò significa che il potere esecutivo – il Governo -, pur avendo la maggioranza parlamentare, non può fare proprio tutto quello che vuole. Le sue decisioni debbono sempre mantenersi entro i limiti fissati dalla Costituzione, sennò non hanno valore.

Bene, io dico che la tale decisione viola un dato principio della Costituzione. Tu invece sei convintissimo del contrario. Come facciamo a metterci d’accordo? Non ce n’è bisogno. In Italia infatti c’è un organo preciso, la Corte costituzionale, che serve esattamente a decidere quando una decisione del Governo rispetta la Costituzione e quando no. Non lo decide su Facebook, i giornali o la televisione. Lo decide sulla base di leggi, regole ed esperienze precise, e una volta che ha deciso non c’è più niente da fare: a meno di non cambiare la Costituzione, ma per questo occorre un percorso preciso che serve a non cambiare Costituzione ogni momento.

I governi che fanno cose strane in genere non amano molto sottoporsi al giudizio di questa Corte. I loro oppositori invece si. È logico, dato che così si mette in discussione un vantaggio conquistato con le elezioni. Ma siccome non siamo una tribù di selvaggi ma uno Stato civile dobbiamo rispettare le regole, e ogni tanto controllare che le decisioni che si prendono prese d’accordo col patto sociale iniziale fra i cittadini: quello che è stato fatto prima di noi, che continuerà a valere dopo di noi, e che serve a tenere insieme un popolo oltre questa o quella occasione contingente.

L’attuale Governo, sia esso Salvini o Di Maio o Conte, è stato messo in discussione da questo punto di vista per tre volte, in termini sempre più precisi. La prima volta, nel messaggio di Capodanno del Capo dello Stato, che senza far nomi ha tuttavia messo parecchi puntini sulle i, della serie “chi vuole intendere intenda”. Nessuna risposta dal governo.

La seconda volta, quando il sindaco di una grande città ha detto papale papale: “Io prima di applicare ‘sta legge debbo essere sicuro di non violare la costituzione. Tu governo, se vuoi, mi puoi denunciare, e allora vedremo davanti all’autorità superiore – la Corte – chi di noi due ha ragione”. Il governo ha fatto finta di niente.

La terza volta non un singolo dirigente ma uno dei tre paritari poteri dello Stato – la Magistratura – ha detto ufficialmente che il capo del governo (o del governo di fatto, se preferite) ha violato la legge e dunque va regolarmente processato.

E qui s’è scatenato il dibattito, con tutti i sessanta milioni di italiani accapigliati a decidere: “giudici communisti!”, “governo ladro!”, “abbasso l’allenatore!”, “arbitro cornuto!”. Entusiasmi inutili, visto che qui c’è un organo incaricato esattamente di decidere, ed è la Corte costituzionale.

A questo punto, chiacchiere a parte, la domanda è: “Chi vuole andare dalla Corte costituzionale a chiedere chi ha ragione e chi ha torto? E chi invece ha paura di andarci, temendone il verdetto?”.

La questione è tutta qui. Se il “processo” a Salvini va avanti, alla fine finirà davanti alla Corte, e là ci sarà una decisione chiara e definitiva. Se invece il processo verrà insabbiato (per esempio dicendo: “Siamo tutti colpevoli! Colpevole nessuno!”) allora le cose resteranno al punto di partenza, e il “dibattito” al bar sport potrà andare avanti ancora per vent’anni. Con quale beneficio per il Paese è facile capire.