DOPO I DATI DRAMMATICI DEL CENSIS, QUELLI TRAGICI DEL FESTIVAL DI SANREMO

DI SERGIO DI CORI MODIGLIANI

Dopo i dati drammatici della Ue e del Fmi, e quelli tragici dell’Istat e del Censis, arriva il risultato definitivo del più importante e tradizionale termometro sociologico italiano, quello che segnala, da sempre, la chiave attuale dell’immaginario collettivo nazional-popolare: il Festival di Sanremo.

Bastava leggere i titoli delle canzoni e cognomi degli autori delle 24 canzoni in gara per capire in netto anticipo il risultato, a mio avviso giusto e preciso, proprio per ciò che Sanremo è e rappresenta.
Negli ultimi 11 anni, nella consueta classifica nazionale sui valori più importanti in assoluto della nazione, l’Italia (unico paese della Ue) resta salda senza mai cambiare nè spostarsi: al primo posto il “danaro” altrimenti detti “soldi”.
E’ ciò che più amano gli italiani, ciò che più vogliono, ciò che più desiderano e ciò di cui più di ogni altra cosa sentono il bisogno.
E Sanremo certifica il dato oggettivo.
Non lo determina, ma lo denota.
Non lo propone, ma lo certifica come l’assoluto brand italiano.
Sanremo è sempre stato così: sintesi di pulsioni sottili contrapposte e contraddittorie, tra voglia di cambiamento (facce nuove) e tradizionale consacrazione di mummie sacre (facce note e stranote da almeno 40 anni), tra voglia di isolamento e voglia di globalità, amore e odio verso gli immigrati, certificazione di uno stato di cose reali, e non virtuali.
Sanremo è sempre reale, mai virtuale.
Appartengo a una generazione molto lontana da quella di oggi, quella di drugs sex & rock ‘n roll, quando per 13 anni di seguito il più importante valore degli italiani in assoluto era la libertà.
Tempi in cui il problema più sentito e più grave dei padri di famiglia della buona borghesia arricchita consisteva nel riuscire a trovare il modo per frenare e fermare le proprie figlie quindicenni che invece di andare a messa, la domenica uscivano in minigonna con il figlio del portiere dello stabile al grido di voglio essere libera e vado con chi mi pare e dove mi pare.
E proprio quell’anno, Sanremo certificò lo status con la canzone “Non ho l’età” cantata da Gigliola Cinquetti, che spaccò in due la nazione per ovvi motivi.
Oggi, 2019, invece della libertà e della smania di far sesso nel nome dell’amore (valori non contemplati dall’attuale generazione) resta ciò che c’è, i due unici temi di cui tutti parlano come se non esistesse nient’altro: immigrazione, (accoglienza o respingimento) e danaro in contanti (a debito o a credito).
Sanremo ne prende atto.
Quindi, ben vengano i soldi cantati da un immigrato.
Bello o brutto che sia, questo è.
Accogliamolo come un termometro sacrosanto e veritiero.
Mahmoud e i suoi soldi sono la Cinquetti dei millennials: lei allora non aveva l’età (secondo Sanremo) per far sesso con il suo boyfriend, lui oggi (secondo Sanremo) viene accolto con generosità dalla comunità nazionale a condizione che non canti l’amore, il sesso, il sentimento, l’ambizione, il sogno, ma la voglia del più ambito trofeo agognato da el pueblo unido:
i soldi.

Comunque sia, dopo aver scandagliato i social se ne ricava un quadro deprimente. Lungi da me le ansie nostalgiche della serie come eravamo, ma non si può non sottolineare che fino a 25 anni fa (prima di Berlusconi) l’opinione, il giudizio e le polemiche su Sanremo erano sempre e soprattutto relative alla qualità della canzone, chi tifava per un certo modo di far musica e chi invece prediligeva un’altra modalità. Berlusconi ha imposto un’idea divisiva e follemente contrapposta della nazione che i pentaleghisti hanno ereditato facendone una professione di successo. Oggi diventa davvero molto difficile permettersi il lusso di dire, con semplicità, “questa canzone è davvero brutta, sia dal punto vista musicale che da quello melodico e testuale”. Non ce lo consentono più. E questo è un dato che va tristemente sottolineato. I tempi sono così.