MAHMOOD, UN FIGLIO DEL GRATOSOGLIO

DI ALESSANDRO GILIOLI

Quel bel ragazzo milanese di madre sarda e padre egiziano, quello di cui si parla parecchio da un paio di giorni, quello che ha scritto una canzonetta contro l’ipocrisia delle religioni, quello lì insomma, beh, quello è un figlio del Gratosoglio.

Chi non è milanese al Gratosoglio non ci è mai stato probabilmente, e anche molti milanesi per la verità non ci hanno mai messo piede, credo, comunque il Gratosoglio è un gigantesco agglomerato di cemento venuto su negli anni Sessanta con le case Iacp (Istituto autonomo case popolari) per ospitare i meridionali che venivano a lavorare e produrre ricchezza su da noi.

È un alveare, un tempo avvolto nella “scighera” per un terzo dell’anno, nemmeno raggiunto dal metrò, però ci stava – non so se c’è ancora – il 15 con le corsie protette che si addentrava fino a là in fondo, in una mezzoretta dal Duomo.

Una volta era diviso per palazzi, c’era quello dei pugliesi e quello dei calabresi, per capirci, quello dei siciliani e quello dei napoletani, e sotto un gran via vai di siringhe negli anni Settanta, e i ragazzi del Gratosoglio il sabato pomeriggio prendevano il tram per conquistare via Torino, nello sdegno degli abitanti dentro la cerchia.

Io, figlio della mezza borghesia, il Gratosoglio l’ho conosciuto perché ci avevo una fidanza, tanti anni fa, e uscivo alla sera dalla palazzina dei pugliesi respirando umidità e freddo fino a che l’ultimo 15 non arrivava.

Poi è diventato ancora più misto, i dialetti del sud si sono persi e sono entrate le lingue del nordafrica, e io ho traslocato parecchio lontano, sono anni che non vado al Gratosoglio, ma non so perché sono contento del successo di quel ragazzo lì, quello del Gratosoglio dico.