QUEL SIGNORE ELEGANTE CHIAMATO ALBERT FINNEY 

DI GIOVANNI BOGANI


Aveva trentotto anni, Albert Finney, quando interpretò Hercule Poirot in “Assassinio sull’Orient Express”. Lo interpretò un po’ serio, un po’ ironico: con un marcato accento “franscese” nell’originale. Con i baffi ottocenteschi, ricurvi come il pungiglione di uno scorpione. I capelli impomatati, neri lucidi. Assomigliava un po’ all’ispettore Clouseau, e un po’ a Charlot.

Elegante, attento al dettaglio nell’abito. Logico, capace di indagare con ordine e metodo. Gentile, ma implacabile. E capace di intimidire persino quel mito vivente di Sean Connery, che aveva appena riconsegnato la licenza di uccidere di 007.

Il treno correva, da Istanbul a Trieste, e poi a Calais. Era lo stesso treno leggendario e “cinematografico” in cui, dieci anni prima, Sean Connery/007 era scampato alla morte, in “Dalla Russia con amore”. Stavolta, in quel treno c’era riunito il meglio del cinema mondiale: oltre a Sean Connery, tornato dieci anni dopo, ma senza essere più agente Cia, c’era Ingrid Bergman, Lauren Bacall – la donna del destino di Humphrey Bogart – e ancora John Gielgud, Vanessa Redgrave, Jacqueline Bisset appena uscita da “Effetto notte” di Truffaut. Eppure, in quel cast a cinque stelle, Finney si staglia imperioso.

Ieri è morto, Albert Finney, a ottantadue anni. Nel 2011 aveva rivelato di soffrire, già da anni, di cancro a un rene. È morto insieme ai suoi cari, e probabilmente a un pezzo di Hercule Poirot. Un pezzo di Poirot, andato a finire nel grande mare cosmico del Nulla.

Perché i detective sono, fra i personaggi della fantasia, i più forti, i più inattaccabili, i più immortali. Sanno veder chiaro oltre le apparenze, vedono dettagli fondamentali dove noi vediamo solo caos. Tagliano la confusione della realtà con il diamante della loro mente. Sono un po’ immortali, anche quando come Poirot – il detective belga nato dalla fantasia di Agatha Christie – muoiono nell’ultima avventura, d’infarto. Sembrano un po’ immortali anche gli attori che danno loro vita, e gesti, e un volto. Albert Finney era stato quell’attore.

Oh, certo. Ce n’erano stati prima di lui: fin dagli anni ’20, quando il grande Charles Laughton lo portò a teatro, nel 1928. Fin dal primo film del 1931, con Austin Trevor a indossarne i baffi e l’acume. Ce ne sono stati tanti dopo di lui: Peter Ustinov sarà l’investigatore in “Assassinio sul Nilo”, Alfred Molina salirà di nuovo sull’Orient Express in un film del 2001, e Kenneth Branagh, regista e interprete, riprenderà ancora quel treno nel 2017, con un cast da brivido che comprendeva Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Penelope Cruz e Judi Dench. Ma per tanti, in tutto il mondo, Hercule Poirot è lui, Albert Finney.

Forse, lo fu anche per Agatha Christie. La scrittrice aveva 84 anni quando ci fu la prima mondiale del film. Lei, invitata d’onore, lei che non era prodiga di complimenti, disse: “sì, la performance di Finney si avvicina alla mia idea di Poirot”. Per poi aggiungere, come per paura di aver detto troppo, “ma quei baffi, proprio non mi convincono”.

Non era stato un lavoro facile, per Finney. Per dire: la scena finale, quella della soluzione del delitto, dura quasi 28 minuti. Attorno a lui c’erano tante di quelle cineprese che non entravano nel vagone. E per lui, si trattava di imparare a memoria un monologo che durava otto pagine di copione. Roba da stendere Pico della Mirandola.

Tanto sforzo ebbe – quasi – la sua ricompensa. Il film fu un successo enorme in tutto il mondo. E Finney ricevette una nomination all’Oscar. La seconda delle cinque che ricevette nella sua carriera. Senza, peraltro, mai la gioia di salire gli ultimi gradini, quelli che portano al discorso di ringraziamento con la statuetta tenuta in mano. Un Oscar che Julia Roberts, premiata come migliore attrice per “Erin Brockovich”, dedicherà proprio a lui.

Finney ebbe tre mogli, tra cui Anouk Aimée, musa di Fellini nella “Dolce vita” e in “8 e ½”. E naturalmente, come tutti i grandi attori, è stato spesso straordinario. Dagli esordi fulminanti con il Free Cinema inglese – “Sabato sera, domenica mattina” di Karel Reisz, e “Tom Jones” di Tony Richardson – fino ai due film della saga di Jason Bourne, alla bella caratterizzazione del capo del pool di avvocati in “Erin Brockovich”, fino all’ultimo film, “007 Skyfall”. Ma si sa, è come quando la zia ti fa mille manicaretti, e tu continui a chiederle quei suoi meravigliosi tortellini.