RAPPORTI TESI IN CASA GIALLOVERDE: I PERCHE’ DELL’ALLONTANAMENTO FRA I DUE ALLEATI DI GOVERNO

DI ALBERTO EVANGELISTI

Il matrimonio Lega 5 Stelle va avanti e ricorda molto da vicino quello di casa Danglars così ben descritto da Alexandre Dumas ne “Il conte di Montecristo”: facce distese in società, rapporti tesi e disprezzo, retti da un mero mutuo interesse, fra le mura domestiche.

Ultima, ma solo in ordine di tempo, la lite sulle nomine dei vertici in Banca d’Italia che, secondo molte fonti riportate, sarebbe finita con una lite fra componente leghista e 5 Stelle del Consiglio dei Ministri, Conte che tenta il ruolo di pacere e Tria che se ne va urlando “Siete tutti pazzi!”.

Che la convivenza non sarebbe stata facile lo si era intuito fin dalle premesse nei giorni della redazione del famoso contratto di governo, anche perché le due forze che si stavano accingendo a stringere il patto erano letteralmente agli antipodi su moltissime questioni: forza nuova e con pochissime esperienze di governo, limitate ad alcune realtà comunali i 5 Stelle, il più vecchio partito presente in parlamento, con alle spalle anni di Governo assieme a Berlusconi la Lega; prevalentemente radicati al sud gli uni, al nord gli altri; promotori di politiche economiche all’apparenza inconciliabili.

Anche il posizionamento negli schieramenti classici della politica pareva molto distante, con 5 Stelle che molti posizionavano a sinistra e la Lega che, invece era chiaramente ben salda nelle proprie posizioni di destra.

Unico vero punto d’incontro fra i due partiti era l’essere stati entrambi continuamente forze d’opposizione dalla caduta dell’ultimo esecutivo guidato dal cavaliere, essendo rimasti estranei ad ogni esperienza di Governo, tecnico o politico, che si sia alternata negli ultimi anni, aspetto senza dubbio fondamentale, sia nel successo ottenuto alle elezioni da entrambi i partiti, sia nel percorso di avvicinamento e saldatura da cui è nato l’attuale governo.

Un vero e proprio matrimonio d’interesse quindi, nei quali in fondo l’amore non è mai troppo richiesto.

Il rovescio della medaglia tuttavia è che, alla lunga, le differenze emergono, finiscono per prendere la forma di una direzione di governo ondivaga ed incoerente, cosa che politicamente ha sempre un prezzo.

Fra i due novelli sposi, il prezzo maggiore al momento lo sta pagando senza dubbio il Movimento 5 Stelle che sta vedendo con preoccupazione, peraltro confermata dagli audio del Presidente Conte con Angela Merkel, un calo di consensi preoccupante mentre, di contro, Salvini e i suoi leggono sondaggi indicanti un raddoppio dei voti promessi. Il motivo peraltro è abbastanza facile da intuire.

Le proposte leghiste, condivisibili o meno che fossero, derivavano da una esperienza di governo passata e da una visione omogenea all’interno del partito del mondo, risultando quindi quantomeno dotate di una certa coerenza intrinseca.

I 5 Stelle, al contrario, si sono approcciati per la prima volta all’esperienza di governo nazionale. La loro vita di forza d’opposizione era fatta di messaggi netti, senza compromessi; di posizioni chiare e di “no” irrevocabili: no alla tav, no alle piattaforme, no alla gronda a Genova, chiusura dell’ILVA, oltre che di ammiccamenti ai novax, tanto per citare una delle posizioni più strambe che si erano avvicinate con interesse al movimento.

Ovviamente l’onere di governo ha costretto i 5 Stelle a rivedere molte di quelle posizioni, semplicemente perché inattuabili, motivo che ha provocato l’allontanamento di alcune frange di elettorato che si erano in precedenza affidate ai 5 Stelle, proprio per il sostegno dato a tutti quei “no”.

A queste difficoltà, facilmente prevedibili anche prima della nascita di questo governo e che, peraltro, si sarebbero presentate più o meno tali e quali anche nella ipotesi di un governo monocolore 5 Stelle, se ne è aggiunta un’altra: la spaccatura fra le diverse anime del Movimento sui rapporti con la Lega.

Che i 5 Stelle avessero al proprio interno un’anima più “movimentista”, identificata essenzialmente da Fico, ed una più di governo con il volto di Di Maio era cosa nota anche prima delle elezioni. Il punto è che l’anima di governo, per portare avanti la coalizione con la Lega, sta facendo ingoiare rospi sempre più grandi al Movimento. Pian piano stanno cadendo tutti i cardini fino, da ultimo, alla questione sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini: qui l’inversione dal grido di bandiera “onestà, onestà!” è obiettivamente a 180 gradi, anche se umanamente comprensibile.   Da un lato votare per l’autorizzazione segnerebbe infatti con tutta probabilità la fine del Governo, dall’altro giustificare il voto contrario con l’asserzione che “questo caso è differente”, oltre che ricordare molto da vicino i maiali di George Orwell, fa inevitabilmente allargare lo scontro interno al movimento.

L’ultimo a farsi sentire, proprio sul voto della giunta per le autorizzazioni, è stato il presidente della Camera Fico che, pur dicendo di rispettare tanto formalmente quanto nella sostanza la decisione presa da un altro organo costituzionale, aggiunge che lui, se mai verrà chiesta una autorizzazione nei suoi confronti, chiederà che venga concessa, senza se e senza ma.

Non è una novità che Fico faccia sentire la propria voce su questioni della contingenza politica, così come non è una novità che quelle opinioni contrastino con quelle di lega e Salvini che Di Maio, per spirito di sopravvivenza dell’esecutivo, bene o male finisce sempre per condividere. È però un segnale importante, perché la vicenda tocca personalmente il Ministro degli Interni, sulla questione che gli sta maggiormente a cuore, ossia la gestione (o non gestione per molti) dei migranti. Posizione che riaccende quindi gli animi in seno alla maggioranza, in vista delle prossime amministrative e, soprattutto delle europee che ormai, sempre di più, sembrano un possibile spartiacque per le sorti del Governo.