SANREMO, LA RIVINCITA SOGNATA DEI DISPERATI

DI MONICA TRIGLIA

Questo è un pezzo scritto un po’ per ridere e richiede alcune premesse.

Uno. Commentare Sanremo come fosse l’evento del secolo è poco intellettuale, anzi zero. L’altra sera, mentre iniziava la finale, ero a teatro a vedere Pierfrancesco Favino e il suo meraviglioso e disperato straniero ne “La notte poco prima delle foreste”, di Bernard-Marie Koltès. Uscendo ho detto a Michele: «Corriamo a casa che non mi voglio perdere la serata finale del festival» e ho “sentito” chiaramente sguardi di riprovazione nei miei confronti (non di Michele, che ormai è rassegnato e di Sanremo non ha visto neppure un minuto, ma di alcuni che avevano assistito al monologo come me).

Due. Dire che mi sono tanto divertita è un filo estremo. Ho cominciato a seguire Sanremo una quindicina di anni fa, quando mi avevano promossa caporedattore spettacoli e non avevo visto MAI neppure un festival. Ero una sciagura e ho fatto dei progressi da allora, ma evidentemente il tema non è il mio. Anche stamattina potrei confondere Irama con Boomdabash con Ghemon con Shade. Non me ne volete, io sono una ragazza degli anni Sessanta che piange sulla canzone di Simone Cristicchi e anche su quella dedicata al nonno di un per me sconosciuto Nigiotti.

Tre. Sarà che era l’una e mezza di notte e io ero in piedi dalle 6 del mattino prima, ma il terzetto finalista mi ha fatto morire dal ridere. C’era un Ultimo che rischiava di arrivare primo. Tre personaggi (il Volo) un po’ inquietanti che ricordavano certi cantori del secolo scorso. E c’era Mahmood, nato a Milano da mamma sarda e papà egiziano, e quindi con un cognome ARABO.

Ok, Sanremo è Sanremo e lasciamo fuori la politica, dai. Ma quando l’improbabile vittoria del milanese con cognome egiziano è diventata vittoria vera, io non ho resistito. Ho immaginato il ministro che ama vestire divise non sue cedere Sanremo alla Francia. E ho scritto su FB “Mahomood!!! Ditelo a Salvini!!! ”. Scusate l’autocitazione, ma ero proprio contenta. E lo ero proprio per Salvini più che per Mamhood. Confessione sincera, quindi non insultate.

Non sono stata l’unica (noi disperati siamo ancora un discreto numero) e sono arrivate le critiche. Ne riporto alcune tra le più composte. “Vergogna, avete trasformato il festival in un atto politico”. “Complotto! Baglioni ha fatto vincere l’extracomunitario” (milanese n.d.r.)! “Questo festival lo ha vinto il Pd” (la migliore! n.d.r). “Siete solo dei radical chic incompetenti!”.

Va beh, però… però una cosa è vera. La vittoria di un ragazzo con un cognome arabo come i ritmi della sua canzone, nato al Gratosoglio che è un quartiere quanto mai distante, e non solo geograficamente, dalla Milano ricca ed europea, a noi disperati mette (un filo di) buon umore.

Una vittoria a Sanremo vale quello che vale e – se vogliamo parlare di clima politico – vale ZERO. Ed è da stupidi e presuntuosi pensare il contrario.

Ma noi che NON stiamo con certi personaggi, che NON siamo come loro, e che non vediamo luce anche se speriamo un giorno di ritrovarla, l’altra sera abbiamo avuto l’illusione che un festival di canzoni potesse essere un piccola rivincita.

«Vedere Mahmood vincere a Sanremo è stata una sorpresa» ha scritto il Corriere della Sera. «Eppure dovrebbe essere una cosa normale. Perché gli italiani di origine straniera sono e saranno sempre di più. E’ un processo che va governato, e sottratto al controllo dei mercanti di vite umane. Ma è un processo inevitabile, che può creare problemi di integrazione, ma può anche arricchirci. Stupiamoci pure per il Sanremo 2019. Però auguriamoci che siano sempre di più i Mahmood che sanno integrarsi, senza rinnegare il proprio passato a volte doloroso, e che rendono il mosaico dell’identità italiana ancora più vario».

Oggi noi disperati, che in queste parole crediamo, abbiamo la nostra piccola rivincita. Che rivincita non è, ma lasciatecelo credere (almeno fino a domani).