PUBBLICITA’ AL GIORNALISMO, CITANDO I CONCORRENTI

DI MARIO TEDESCHINI LALLI

In campo mediatico-giornalistico si è fatto un gran parlare nei giorni scorsi della decisione del Washington Post di acquistare uno spot pubblicitario durante le finali di football americano per esaltare il ruolo del giornalismo. Il Super Bowl è un appuntamento popolare negli Stati Uniti e le pubblicità televisive sono vendute a prezzi astronomici (si parla di milioni di dollari), il giornale e il suo editore Jeff Bezos hanno deciso che valeva la pena di farlo per rilanciare lo slogan che ha accompagnato in questi anni la rinascita della testata: “Democracy dies in darkness”, ovvero: “Nell’oscurità, la democrazia muore”. L’evento è stato molto discusso in termini politici (la grande testata avversata da Donald Trump si fa nazional-popolare), economici (non potevano usare quei soldi per pagare più giornalisti?), ecc. Non mi sembra tuttavia che in molti abbiano notato una caratteristica peculiare dello spot — piuttosto bizzarra, se osservata con occhio “italiano”.

Lo spot dura un minuto, con la voce di Tom Hanks che spiega l’importante ruolo dei giornalisti come testimoni degli avvenimenti.

Per i primi 30 secondi Hanks parla su una una serie di fotografie di avvenimenti e circostanze dove la presenza di giornalisti è stata cruciale: lo sbarco in Normandia, la marcia per i diritti civili a Selma, lo sbarco sulla Luna, un funerale di Stato al Campidoglio, gli incendi devastanti della California, le macerie dopo l’attentato agli uffici federali di Oklahoma City, una fotogiornalista con elemetto, giubbotto anti-proiettile e maschera antigas durante una manifestazione.

Nei 30 secondi successivi dalle foto si passa, almeno parzialmente, ai video, mostrando tre giornalisti in attività e tre giornalisti che — purtroppo — in attività non sono più, uccisi o scomparsi a causa del loro lavoro.

La cosa interessante è che di questi sei giornalisti, solo due sono notoriamente legati al Washington PostWesley Lowery, un cronista di 29 anni che si occupa di nera, giudiziaria e il loro incrocio con la politica [grazie a Marta Valier per l’aiuto nella identificazione], e Jamal Khashoggi, l’opinionista saudita ucciso da una squadra dei servizi segreti del suo Paese a Istanbul .

Gli altri sono: Brett Baier, di Fox NewsAnderson Cooper della CNN, Marie Colvin, inviata di guerra americana del Sunday Times di Londra uccisa nel 2012 in Siria e Austin Tice, un freelance rapito nello stesso anno proprio in Siria e che scriveva — tra le diverse testate — anche per giornale di Washington.

Nello spot compaiono, naturalmente il logo del Washington Post e il suo slogan, ma non c’è alcuna call to action, nessun invito esplicito ad abbonarsi. Fa, per così dire, pubblicità al giornalismo, ai giornalisti e al loro ruolo nella società mostrando in gran parte giornalisti di testate concorrenti, compresa la Fox News che sembra essere l’unica fonte d’informazione cui si abbevera Donald Trump.

Questa è una delle cose che invidio della cultura professionale dei giornalisti americani.