BERLINO 4. LA GRAZIA DI AGNÈS

DI ALBERTO CRESPI

Oggi alla Berlinale è successa una cosa stranissima. Una cosa che per certi versi l’ha “distrutta” dal di dentro. Qualcosa talmente fuori registro da far apparire il festival (ogni festival) inutile, superfluo, transeunte. È passato fuori concorso “Varda par Agnès”, il nuovo film di Agnès Varda. E tutti gli altri film, tutta la Berlinale, tutto il chiacchiericcio cinematografico legato all’attualità è stato spazzato via.

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Non è un granché, questo festival. Si nota che è un’edizione di transizione. Tutti sanno che il direttore Dieter Kosslick saluta e che dall’1 giugno si insedierà ufficialmente il nuovo direttore artistico, l’italiano Carlo Chatrian già direttore del festival di Locarno. Tutti sanno altrettanto bene che Chatrian sarà affiancato da una direttrice amministrativa – l’olandese Mariette Rissenbeek – che rispetto a lui avrà i non trascurabili vantaggi di parlare tedesco, di conoscere bene l’industria cinematografica tedesca e di tenere i cordoni della borsa, essenziali in un festival che stacca più di 300.000 biglietti all’anno e che Kosslick ha molto potenziato in termini di sponsor e di legami politici, trascurando ampiamente la qualità della selezione. Berlino è un festival ricco e molto legato alla città, ma i film sono sempre più scadenti e quasi marginali. Si parla più di politica che di cinema… poi, appunto, arriva Agnès Varda ed è come un temporale d’estate che sconfigge l’afa e fa rinascere la natura.

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“Varda par Agnès” è, molto semplicemente, un’opera meravigliosa. Verrebbe voglia di definirla il capolavoro di questa grande artista, se non fosse che Agnès di capolavori ne ha girati diversi. Farà 91 anni a maggio, questa donna piccola indomita e dolcissima, nata in Belgio da padre greco e madre francese. Oggi in conferenza stampa l’hanno presentata come “una leggenda” e lei, impugnato il microfono, ha tenuto a precisare in inglese, forse per farsi capire da tutti: “I am not a legend, I am still alive”. Il film ha molto l’aria di un congedo – non osiamo, non vorremmo usare la parola “testamento” –, ma chissà? È sicuramente un bilancio, almeno degli ultimi anni che Agnès Varda ha trascorso tenendo conferenze e incontri in mezzo mondo, mostrando spezzoni di suoi film, commentandoli e mettendoli in relazione con la sua vita e con quel tragico ed entusiasmante contenitore, il ‘900, che l’ha accompagnata. E oggi Agnès l’ha detto chiaro e tondo: “Basta incontri, ho parlato abbastanza, ho fatto questo film proprio per mettere un punto. Da oggi in poi, basta conferenze e basta interviste, solo conferenze stampa!”. In 115 minuti di proiezioni Agnès si racconta partendo dai suoi primissimi film, l’epocale “Cléo dalle 5 alle 7”, il Leone d’oro veneziano “Senza tetto né legge” (analizzato con un acume critico che nessun critico vero raggiungerà mai); ma anche i suoi documentari e i suoi incontri, dalle Black Panthers intercettate durante il suo soggiorno a Los Angeles all’amore mai venuto meno per Jacques Demy, il marito-cinesta prematuramente scomparso nel 1990.

Agnès Varda è un’intellettuale raffinatissima, una donna colta – e se ci passate il luogo comune, è pur sempre francese! Da un simile autoritratto sarebbe lecito aspettarsi molti voli pindarici e un pizzico di grandeur. Invece, niente. Agnès si racconta con una leggerezza, un’ironia e una grazia straordinarie. Sembra illuminarsi di curiosità davanti a tutte le piccole cose della vita. Finito il film, verrebbe voglia di andarla a cercare, abbracciarla e portarsela a casa. “Varda par Agnès” è un dono dell’intelligenza, è uno dei più bei film sul cinema mai fatti, un autoritratto degno di stare accanto a quelli di Picasso e di Rembrandt. Vola più alto di qualunque festival, e rispetto alla selezione di Berlino 2019 il minimo che si possa dire è che Agnès, con i suoi capelli bicolori e la sua grazia innata, li ha fatti sembrare tutti dei ragazzini. Altrove c’è un cinema che va per tentativi, qui c’è la poesia della vita.