FRA I TRE CONTENDENTI CALENDA SI PRENDE IL PD. SENZA PASSARE DALLE PRIMARIE

DI ALBERTO EVANGELISTI

Il PD è ancora nel pieno della fase congressuale e si prepara al “rito” delle primarie, in cui Zingaretti, Martina e Giachetti, i primi tre candidati a valle delle votazioni nelle sezioni del partito, si contenderanno la segreteria.

Calenda, come noto, non è mai stato della partita: ha sempre espresso grosso scetticismo per l’utilità di un congresso da cui, con grande probabilità, sarebbe in ogni caso uscito un partito spaccato ed un segretario con bollino di scadenza modello yogurt, cosa che peraltro accade spesso in area dem.

L’ex Ministro si è infatti sempre speso per soluzioni alternative che, come ha ripetuto spesso, andassero oltre il PD. Lo ha fatto tentando “cene” ed incontri, peraltro spesso snobbati dalla dirigenza del partito, impegnata ad organizzare le truppe cammellate per il congresso e le primarie.

Qualcosa però è cambiato abbastanza rapidamente: Carlo Calenda ha lanciato la propria iniziativa attraverso il manifesto di Siamo Europei. Punti programmatici definiti, innanzitutto per affrontare le prossime elezioni europee, successivamente, in base al risultato ottenuto, potenzialmente per porre le basi di un nuovo soggetto politico che…si il mantra è sempre lo stesso, “vada oltre il PD”.

Il lancio va bene, probabilmente meglio di quanto lo stesso Calenda si aspettasse: centinaia di migliaia di adesioni già dai primi giorni e, cosa anche più importante, sondaggi con indici di gradimento che, ancor prima che venga definito con chiarezza il progetto, si aggirano attorno al 20-25 % (l’ultimo sondaggio di DiBi Media da Siamo Europei al 22,2% e Più Europa, lista che dovrebbe apparentarsi alle Europee al 2.9%).

Il primo fra i candidati PD alle primarie a tendere la mano a Calenda è stato Martina che, già giorni fa, aveva espresso la propria convinzione che il manifesto lanciato dall’ex collega di governo dovesse essere quello preso a riferimento dall’intero partito.

In realtà la risposta di Calenda non era sembrata particolarmente accalorata:”Per quanto mi riguarda non ho più intenzione di perdere tempo con le beghe del Pd”. Del resto, aveva in più occasioni ripetuto che l’intento del suo manifesto era quello di ” parlare all’Italia, dell’Italia e dell’Europa”, non certo quello di avere l’appoggio di un candidato di minoranza del PD.

Adesso Calenda ha ottenuto ciò che voleva dal suo (ex?) partito: Orfini, in qualità di reggente del PD e a nome dei tre sfidanti delle primarie, ha firmato il manifesto, impegnando su esso l’intero partito.

In qualche modo la scelta era inevitabile: il voto delle prossime europee è sia troppo vicino che troppo importante per poter sperare in un risultato fatto da un PD in quanto tale ancora ben lontano dal trovare una propria quadratura ed una geometria dei propri assetti.

Sia chiaro, l’operazione non è “a vincere” ma a sopravvivere: Con una Lega ancora ben oltre il 33% e i 5 Stelle nonostante tutto ancora sopra al 20%, difficile immaginare uno scenario di vittoria. Tutto sommato però, limitare le perdite in un momento storicamente molto sfavorevole per gran parte delle forze progressiste mondiali, potrebbe non essere una tattica di mera rimessa.

In ogni caso, il dato è che, al netto dei programmi dei singoli candidati alle prossime primarie, il programma del PD, almeno per le europee è già stato stabilito, ed è quello di Calenda. Il che renderà le prossime primarie, se possibile, ancor meno interessanti, nonostante gli sforzi di molti padri costituenti del partito, primi fra tutti Prodi e Letta, per dare il messaggio contrario.

L’operazione, come ogni azione traumatica fatta per sopravvivere e, chissà, ripartire, non è a costo zero.

 

L’idea di presentare alle europee un simbolo differente da quello del PD, di fatto ne certifica la morte: quando un brand crea talmente tanta disaffezione che, per il solo fatto di essere celato fa guadagnare consigli, quel brand ha poco da vivere.

Ciò vale sia in caso di un risultato deludente alle europee con una lista di Siamo Europei, sia e a maggior ragione nell’ipotesi contraria: difficile immaginare un ritorno al vecchio partito, non governato ed ingovernabile, una volta che il nuovo simbolo abbia iniziato a creare appeal sull’elettorato.

Altro “problema” è quello della collocazione del movimento-manifesto.

Inutile dire che, con Calenda al timone, tramonta qualsiasi ipotesi di dialogo con i 5 Stelle, cosa abbastanza scontata se si ricorda che, dopo le ultime politiche fu proprio l’ex ministro a dichiarare che in caso di accordo col Movimento, la sua sarebbe stata la tessera PD di minor durata della storia.

Più difficoltoso anche il riavvicinamento dei transfughi (o profughi) di LeU che, con il programma di Calenda, dovrebbero far ritorno in un’area orientata, almeno per le politiche economiche e di lavoro, non differentemente dal PD con cui decisero di tagliare i rapporti.

Il problema non è tanto per i referenti del partito, i vari D’Alema e Bersani che, viste le precarie condizioni della barca in cui sono finiti e considerate le condizioni ancora peggiori del mare in cui si sta navigando, potrebbero salire a bordo senza troppi problemi. Il punto è, semmai, capire quanto questo soggetto possa essere attrattivo per il segmento più a sinistra dell’elettorato (PD e LeU).

Se infatti una operazione come quella di Calenda potrebbe con una certa efficacia attirare elettori moderati, in allontanamento dalle derive di destra radicale della Lega, è tutta da stabilire la tenuta dell’operazione a sinistra e nell’elettorato potenzialmente di rientro dai 5 Stelle.

Calenda, in ogni caso, a seguito dell’adesione del PD, ha lanciato la propria linea politica: “Dobbiamo continuare a fare opposizione. Io, non essendo in Parlamento, andando sui media. Dall’altro lato, più rapidamente possibile, dobbiamo aprire una discussione con altre forze che entrino in questo progetto”. “Il pd – conclude – la sua parte l’ha fatta”.

Ed è proprio sulla adesione di altre forze politiche o, quantomeno, di differenti settori della società, che si gioca la riuscita o meno dell’operazione, tanto più probabile quanto meno Siamo Europei sembrerà una copia carbone del PD sotto mentite spoglie.

In tutto ciò i più silenziosi rimangono Renzi ed i suoi più ortodossi. Fra questi, Scalfarotto si è detto perplesso: “Penso il contrario di Martina e Zingaretti. Ce lo ha insegnato il 2006, con l’aritmetica si può anche vincere ma non si può governare”. In effetti gli esempi del passato sembrano non propriamente incoraggianti sull’ipotesi “larga coalizione del centro-sinistra”.

Vanno tuttavia tenuti a mente due aspetti: il primo è che il manifesto si muove politicamente nello stesso spazio che, almeno a livello teorico, sarebbe congeniale a Renzi qualora intenda lanciare una propria forza politica. Il secondo è che, tutta l’operazione è stata lanciata da Calenda temporalmente poco dopo la “famosa” cena avuta proprio con l’ex segretario che, ad ora, non si è espresso direttamente sul manifesto. Silenzio che difficilmente avrebbe mantenuto se realmente vedesse il tentativo come fumo negli occhi.

Più probabile, forse, che il silenzio di Renzi sia, almeno per adesso, dovuto al fatto che Siamo Europei potrebbe risultare funzionale a chiudere alcune partite interne al PD, prima fra tutti quella congressuale, in maniera a lui piacente, senza peraltro un suo intervento diretto.