L’EUROPA DI SGRETOLA?

DI CORRADINO MINEO

Copertina dedicata all’uomo nero, a quello che, chiamando Conte “burattino”, ha insultato l’intero popolo italiano. A me quello di Verhofstadt al parlamento europeo è parso un atto d’amore per il nostro paese. Ha citato Montaigne e Goethe tra gli amanti dell’Italia, ha detto che la cultura europea è nata da noi e non ci sarebbe mai stata Europa senza il genio e la volontà di tanti italiani. Certo ha criticato Di Maio, che scrisse a Macron “tu, come noi” ma poi è andato, da clandestino, in Francia per incontrare un politico (Calenchon, si chiama) che predica l’insurrezione e invoca un colpo di stato dei generali Ha criticato Salvini, che “chiude i porti” -ha detto- ma poi diserta le riunioni in cui si dovrebbe modificare la politica europea per l’immigrazione e superare gli accordi di Dublino. Ha anche riconosciuto, Verhofstadt, che l’offuscamento del ruolo dell’Italia in Europa è cominciato non con il governo del cambiamento ma da almeno 20 anni, con Berlusconi. E alla fine del suo discorso in italiano ha chiesto a Conte di non fare il “burattino” di Salvini e Di Maio.
Galateo violato e Conte s’è aggrappato a quella frase. “Così insulti il popolo italiano”. Certo, non è bello sentirsi dare del “burattino” mentre si rappresenta il proprio paese. Ma non è bello, non più, che Salvini abbia dato dell’ubriacone al presidente della commissione europea, Junker, o che il vice ministro degli esteri Di Stefano abbia esercitato la sua ironia sul pene troppo piccolo di Macron che lo spingerebbe a voler fare il grande. Né che Conte abbia detto alla Merkel, in un fuori onda reso pubblico in Italia, che il movimento 5Stelle (cioè il primo partito di governo) “salva” la Germania ma deve prendersela con la Francia, e che invece Salvini, lui, “è contro tutti”. Dov’era Conte quando i suoi ministri facevano montare la tensione, come esercitava la funzione di guida? Taceva, fingeva si non aver inteso?
Tuttavia, se l’Europa si sta sgretolando, non si può scaricare la colpa su Conte o Verhofstadt. In Spagna il Parlamento ha bocciato la legge di bilancio che prevedeva un salario minimo di 900 euro, auto ai bambini poveri, investimenti per la scuola, case popolari. L’appopggio di Podemos non è bastato al premier socialista Sanchez dato che gli indipendentisti catalani gli hanno tolto il sostegno. E glielo hanno tolto perché, per loro, la priorità è un altra. È il processo politico intentato ad alcuni di loro in nome della Costituzione spagnola, che fu approvata nel 1978, nel pieno della transizione tra regime franchista e democrazia. Il tribunale supremo ha chiesto 25 anni di carcere per Oriol Junqueras, 17 per i due Jordi, Sanchez e Cuixart, e per Carme Forcadel, 16 anni per altri 5 separatisti.
“Mi processate per le mie idee”, dice Junqueras. “No, la democrazia si difende”, è la risposta. Direi, tuttavia, che siamo in presenza di un eccesso di difesa. 25 anni in cella! Se penso che Anna Maria Franzoni ne ha fatti 6 di anni in carcere e 5 in casa. Purtroppo i catalani hanno creduto che la patria comune europea potesse scioglierli dal vincolo con la casa spagnola, della quale mantengono, a torto o a ragione, un ricordo non positivo. Si sono illusi, ma chi gli ha dato contro, sta – temo- spianando la strada a un ritorno al passato. Così l’Andalusia, un tempo franchista, ma dopo la Costituzione sempre governata dai socialisti, ora torna alle destre: non solo Pp e Ciudadanos ma anche Vox, un partito di nostalgici della dittatura e del Caudillo. Per la terza volta in 40 mesi la Spagna andrà dunque al voto anticipato. Ad aprile, o a maggio con le europee. L’economia sembra sembra andar meglio della nostra, ma solo perché l’abisso in cui erano caduti era più profondo. Quanto al disagio sociale, beh, in Europa la Spagna è il paese con più lavoro precario e a termine. Dopo, vengono Croazia e Italia
Quanto al Brexit, la Bamca d’Inghilterra stima che sia gà costato 80 miliardi all’economia britannica, 40 miliardi per anno, 800 milioni di sterlina ciascuna settimana. Mentre il governo di Teresa May sta andando a precipizio verso il no-deal. Con humour inglese The Guardian pubblica l’immagine di un pullman rosso, uno di quelli che giravano al tempo del referendum: “l’Europa ci costa 350 milioni per settimana”. La Brexit, 800 milioni.
Lo scrivo ancora una volta. La Brexit, come l’infausta guerra alle economie del Mediterraneo, Italia, Grecia, sono la conseguenza diretta dei “populismi” delle destre europee. Cameron e i conservatori britannici avevano dato a credere che stare in Europa fosse piuttosto un costo. Da pagare il meno possibile -e quindi chiedevano il voto- ma da pagare per compiere una qualche britannica missione. È finita come sappiamo. Cameron ha chiesto un referendum su se stesso e lo ha perduto. Angela Merkel, giocando sulla parola tedesca schuld, che significa debito ma anche colpa, ha fatto credere ai suoi elettori che gli europei mediterranei fossero scialacquatori gaudenti, sostentati dalla operosità germanica. Gli elettori si sono stancati e hanno votato per l’estrema destra anti migranti, ma anche per i Verdi. Mentre l’altro pilastro del sistema tedesco, la socialdemocrazia, che negli ultimi 20 anni è rimasta al governo per 16, 7 con i Verdi e ben 11, forza di complemento, legata al carro dei popolari, pare che ora stia svoltando a sinistra. Ha appena approvato un documento programmatico che si intitola “Un nuovo stato sociale per una nuova era”. E abbandona la riforma del lavoro firmata da Scröder e che ha ispirato il jobs act, ma anche persino certe procedure previste dal reddito di cittadinanza. L’SPD torna a valori antichi: “lavoro, solidarietà, umanità”.
Però l’immagine che a me pare la più rivelatrice di questo sgretolarsi dell’Europa viene da Varsavia, dove si tiene, in queste ore, una conferenza contro l’Iran, promossa dal segretario di stato americano Mike Pompeo. Partecipano il ministro degli esteri britannico e quello italiano, ospita la Polonia sovranista del gruppo di Visegrad. Invece Francia e Germania se ne tengono alla larga e l’Unione Europea, con la Mogherini, continua a sostenere gli accordi internazionali per il nucleare iraniano, dunque continua prosegue a dirsi contraria alle sanzioni. La conferenza sarà un fallimento, perché l’obiettivo di costruire una Nato in Medio Oriente si scontra con il fatto che Iraq, Siria, Libano e Oman, paesi a fianco dell’Iran non sono d’accordo e non hanno risposto alla chiamata. Proprio oggi, poi, Russia, Turchia e Iran si riuniscono per discutere il futuro della Siria: per far vedere chi comanda laggiù. Penso che la politica di Trump ia velleitaria – ne parlerò in un prossimo post- ma senza conseguenze. Divide l’Europa, usando Polonia e Ungheria, domani forse l’Italia. E la divide da se stessa.
Il gruppo di Visegrad – secondo me- non andava fatto entrare in Europa, con tanto di fanfara, il primo maggio del 2004, presidente della Commissione Romano Prodi. Non prima di aver almeno fatto cadere il riferimento proprio a Visegràd, città dove nel 1335 riunirono i sovrani ultra nazionalisti di Polonia, Boemia e Ungheria. Oggi in quei paesi i lavoratori sono costretti ad accettare lo straordinario, fino a 400 ore in Ungheria, ma pagato dopo, entro tre anni e nelle scuole si insegna che “le mestruazioni sono un grido di Dio per dire alla donna: fa figli”.
Direte, se così è facciamo a meno dell’Europa. Per riscoprire, come propone Fassina, un sovranismo costituzionale? E dove andiamo con quello? La rivoluzione in corso nel mondo sta facendo prevalere sistemi che subordinano le libertà individuali ai bisogni e agli interessi collettivi. Secondo il dettato di un’antica tradizione in Cina o la memoria di una più recente autocrazia in Russia. Regimi che usano l’appartenenza religiosa: come Erdogan con l’Islam e Modi con la tradizione Hindu. Nazionalismi, basati sulla corsa alle armi e la sistematica distorsione della verità, in nome di presunti interessi popolari: penso a Trump. E, in Europa, torna il fantasma della guerre di religione. Prima crociate contro i musulmani, poi contro gli eretici e le streghe, per culminare nell’esaltazione del nesso razza-nazione e l’odio per tutti i senza patria, per gli ebrei della diaspora, per i rom, per gli internazionalisti rossi.
Oggi la battaglia per la civiltà è in Europa. È il secolo dei lumi che ha fondato la nostra civiltà, le libertà di cui a lungo ci siamo vantati, la democrazia moderna e lo stato sociale, basato sulla libera riscoperta dell’ interesse collettivo e sul concetto di diritto a e non solo diritti di. Direi che la battaglia per il futuro si gioca in Europa. Ma si deve qualificare, con analisi e proposte coraggiose. Niente più inutile che una generica chiamata alle armi, che possa andar bene a Orfini e pure a Berlusconi, ma che cancella i bisogni del popolo e la lotta di classe.