SE NE VA BRUNO GANZ CON IL SUO INDIMENTICABILE SORRISO

DI LUCA MARTINI
Per un’intera generazione, lui – zurighese, mezzo italiano – è stato il cinema tedesco, il nuovo cinema tedesco che riempì da un giorno all’altro gli schermi dei nostri cineclub. Wenders, Fassbinder, Schlöndorff, Herzog… Quando la Germania (in autunno) ripensò se stessa in chiave esistenziale e politica. Lui era lì, divenne protagonista per Wenders di un film di abbagliante umanità come L’amico americano (1977) – era il corniciaio Zimmermann -, dieci anni prima che Wim lo facesse addirittura santo in qualità di Himmel uber Berlin, l’angelo dolente col lungo cappotto.
Ma ognuno ha il suo Bruno Ganz, scomparso a 77 anni a Zurigo, fino a ieri sera il più grande attore vivente. L’Harker del Nosferatu di Herzog, l’uomo della Donna mancina di Handke, il cameriere di Pane e Tulipani, l’Hitler furente de La Caduta, verrà ricordato persino nei panni di Tiziano Terzani o in quelli del nonno di Heidi.
Non so perché ma, prima che nei suoi titoli più celebri, vorrei rivederlo in un piccolo film di Giuseppe Bertolucci, Oggetti smarriti (1980), in cui Ganz si aggirava in impermeabile per la stazione Centrale di Milano, come un fantasma di libertà, benefico e insieme minaccioso, sincerissimo e ambiguo, violento e smemorato… Forse per quel suo sorriso (molto naturale e molto complicato) che non si può dimenticare.
P.s.: c’è ancora un suo film che non abbiamo visto. Esce a fine febbraio La casa di Jack di Lars von Trier.